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( il movimento saccensi incazzati neri è anche su Facebook)

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“Scripta manent et verba volant” ???

No a Sciacca anche “ scripta volant” !!!

Per la serie “Cucù e la lettera non c’è più”

Mi è giunta notizia che ad un Consigliere Comunale indipendente è stata negata la copia della lettera che un Consigliere Comunale nelle grazie del sindaco, ha scritto al Presidente della Repubblica. La motivazione  del "niet" alla richiesta del Consigliere è stata quantomeno grottesca,  "ci dispiace, ma la lettera non si trova, non è più al suo posto, non sappiamo dove sia o che fine abbia fatto ed altre amenità del genere che però gettano sull’Ufficio del Sindaco “sinistre ombre”, sperando così di salvare la faccia a Vito Bono ed al suo Consigliere del cuore.

Tutto questo suppongo su "diktat" di Vito Bono all'Ufficio, diktat che posso immaginare sia stato questo: "ai Consiglieri Comunali a me sindaco indigesti, non bisogna dar nulla di quello che chiedono”.

Io lo immaggino benissimo che fine abbia fatto la lettera, perché alla domanda poliziottesca del “cui prodest (a chi giova) la sparizione della lettera ?",  la risposta è logica, semplice e facile.

La pubblicazione di quella lettera avrebbe dato la possibilità ai Saccensi di leggere quanto, in dispregiativo, ha scritto quel Consigliere comunale (che sta tutt’ora nelle grazie del Sindaco, essendo una delle stampelle che reggono la sua traballante sindacatura), contro lo stesso sindaco e la sua amministrazione.

Una lettera dove viene prospettata agli occhi del Presidente della Repubblica una città, Sciacca, fucina di loschi complotti, dove un Sindaco Borbonico (Vito Bono) e la sua amministrazione di fede monarchica, stanno complottando contro l’unità d’Italia, rischiando di far diventare Sciacca “lo zimbello” dell’Italia. Questi ultimi sono solo alcuni degli "edificanti quanto significativi" concetti estratti dalla lettera "sparita".

Vito Bono non solo non ha preso le distanze condannando l'operato di questo consigliere la cui arroganza ha travalicato i limiti della decenza, ma avrà addirittura, se non imposto, avallato l'occultamento della lettera. Perchè ?    Ma per la solita infima politica di bottega (leggasi anche poltrona).  

Per dirla con parole care "al ricco di suo": “al fine di ovviare ad inutili, quanto ingiustificate incomprensioni in città”, il sindaco è letteralmente “scappato dal consiglio comunale sottraendosi con la fuga al rispondere ad una interrogazione fatta dal Consigliere Alonge, e complice un "iniquo quanto inutile, idiota ed inefficace regolamento del Question Time", questo sì fatto "ad personam", per evitare che "il sindaco che non c'è" venga chiamato a rispondere delle sue azioni in Consiglio.

L'eroico sindaco è stato però immortalato dalla TV locale che riprendeva la seduta del consiglio, mentre fuggiva ingloriosamente dall’aula, lasciando ad un ex mio amico del quale sono un elettore pentito, l’ingrato compito di rispondere alla interrogazione fatta dal consigliere comunale Salvo Alonge.

“Inutili quanto ingiustificate incomprensioni” dice "il ricco di suo".

Da parte di chi ci siano state le incomprensioni ingiustificate, ma NON inutili  lo sappiamo benissimo.

Le incomprensioni “SONO STATE UTILISSIME” invece  "al ricco di suo" per evitare che "quel consigliere comunale" si desse da fare per sfilargli la poltrona di sindaco da sotto il “sedere” facendogli perdere i succulenti appannaggi politici ed economici che il sedersi su quella poltrona comporta.

Non so, ma mi piacerebbe sapere se “gli assessori della giunta Bono abbiano letto quella lettera e cosa ne pensano”, ma ammesso che l’abbiano letta,   sappiamo già la risposta "Silenzio Tombale". E già dimenticavo che “tengono famiglia” e quindi “NON VEDO, NON SENTO, NON PARLO E CI AGGIUNGO NON PENSO NEMMENO (perchè non  ce lo possiamo permettere)”. Quindi a loro i benefici della carità di patria.

Ma un sindaco ridicolizzato, non davanti a Pepè, ma davanti al Presidente della Repubblica, se avesse il decoro e la dignità che la carica di Sindaco comporta, dovrebbe quantomeno DIMETTERSI, anche per mandare a casa quel consigliere che per la sua tracotanza ha fatto fare una figura di m……. al sindaco stesso, alla sua giunta, alla sua maggioranza, all’opposizione di Centrodestra muta ed imbelle e alla nostra città, nei confronti del Presidente della Repubblica in rappresentanza dell’Italia tutta e dei due prefetti succedutisi ad Agrigento.

I Saccensi che “vogliono bene alla città” avrebbero tutto il diritto di leggere quello che si scrive e si dice di loro, del loro sindaco e degli assessori al Presidente della Repubblica, ma questo è un’ennesimo diritto che “il ricco di suo” nega ai suoi concittadini, pardon ai suoi “sudditi”, trattandosi, a dire di quel consigliere comunale, di un sindaco borbonico, con una giunta monarchica, che trama contro l’unità d’italia.

Il sottoscritto è ancora convinto però che il “ricco di suo” abbia ancora tre strade da percorrere per salvare la faccia, ovvero:

La Prima: pubblicare “integralmente” la lettera senza stralci di sorta ed cacciando “con ignominia” quel consigliere comunale dalla maggioranza.

La Seconda: Con un sussulto di Dignità, Decoro ed Onore, dimettersi da Sindaco mandando a casa anche quel consigliere comunale (qui siamo alla fantascienza).

La terza : la più probabile, che “il ricco di suo” volendo diventare sempre più ricco, da buon politico dalla faccia marmorea, ignori il tutto e resti incollato a quella poltrona che regala a lui succulente prebende ed ai Saccensi (quasi tutti), cosa regala ? Solo “Pirati ‘nto mussu e pirati ‘nta panza”, e guai a lamentarsi.

In questo caso provvederò io, al momento opportuno, a pubblicare per intero e senza stralci, la lettera contesa. La scomparsa di un atto pubblico di così rilevante importanza (1), dovrebbe fornire ad una OPPOSIZIONE CHE SI RISPETTI quanto basta per chiedere "l'IMPEACHMENT" del "sindaco che scappa", ovvero che era già a conoscenza della lettera in questione molto prima che l'interrogazione del Consigliere Alonge facesse scoppiare "il Caso" e nonostante la gravità della cosa "sempre per non creare incomprensioni in città"  ha fatto finta di nulla.

I Consiglieri dell'opposizione e quelli indipendenti, anche volendo, non possono far finta di nulla, per non rimetterci anche loro la faccia, facendo capire ai Saccensi che "la pasta con le sarde è già pronta per essere servita in tavola" con loro, i Consiglieri, invitati al banchetto, DEVONO INTERVENIRE !!!

Come ? Non chiedendo, ma pretendendo una Commissione d'inchiesta che faccia luce su un caso così grave, ovvero se il sindaco sapeva solamente ed ha taciuto, oppure se è andato oltre, ovvero una volta che l'esistenza della lettera veniva confermata dalla lettura di alcuni passi dell'interrogazione del Consigliere Alonge, ed il successivo interessamento alla lettera di un  ex  Consigliere della maggioranza, abbia ordinato all'Ufficio di non darla a nessuno.

Lo faranno ??? Non ci sperate. L'opposizione non ha alcun interesse a far cadere questo Sindaco. Altre cose importanti, come la Incompatibilità del "ricco di suo" con la carica di sindaco, sono state ignorate. 

                             "QUINDI NON CI SPERATE"

perchè una lettera del genere farebbe cadere qualunque amministrazione ........ ma siamo a Sciacca dove è permesso di tutto e di più, ovviamente NON a noi Saccensi comuni mortali.

Amici lettori, sempre e comunque

FORZA SCIACCA,  forza RESISTI !!!!!              

Anche “il ricco di suo” passerà e, come sempre …… “spereremo nel prossimo sindaco”. Nel nel frattempo però impariamo a votare, dando il nostro voto "solo" a chi davvero ha la possibilità di fare qualcosa per questa "disastrata città”. State alla larga dai politici di mestiere e di professione..,, quelli che per ora  “mancu vi cacanu” ma che al momento delle elezioni verranno da voi dicendo:

Uellaaaaa ! Calò, Cussu, Za Pippina ecc. Chi ffà mu runi u votu ?

Pigghiatili pu'culo dicennuci "si" e poi ci ha mittiti ndo narrè vutannu pi chi vi pari."Attenzione ! Ca vi vonnu pigghiari pu culu ‘nautra vota.

Dite anche ai vostri parenti, figli, nipoti, ecc di non farsi irretire facendosi convincere a "candidarsi" per una lista perchè saranno solo "portatori di voti".

10, 20, 30 voti per 30 candidati "usa e getta" moltiplicati per decine di liste,  garantiscono ai "soliti noti" di essere rieletti e dopo l'elezione, ricominceranno "a non cacarvi". Quindi regolatevi.

Scusate il pessimo siciliano scritto e parlato.

 Pino Marinelli                                                                                            (1) - Atto pubblico perchè scritto su carta intestata del Comune.

Ultimo aggiornamento (Domenica 17 Aprile 2011 11:37)

 
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Fonte : www.cronologia.leonardo.it

 

La storia vista da un'altra parte (per cercare di capire).

Dopo l' "invenzione" del "contrassegno per marchiare gli ebrei con un panno sulla spalla" (vedi AMEDEO VIII DI SAVOIA) - quindi un precursore dello "antisemitismo" hitleriano - nel 1863 un altro sabaudo inventava i "lager", e le "vasche di calce" per scioglierci dentro i cadaveri dei reclusi soccombenti borbonici.

1863 - cronologia di un anno infame

 la pulizia etnica piemontese 
I LAGER SABAUDI

IL TALLONE DI FERRO DEI SAVOIA - Dopo la conquista del Sud, 5212 condanne a morte.
Prigionieri e ribelli puniti con decreti e una legge del 1863

MIGLIAIA DI SOLDATI BORBONICI
DEPORTATI NEI LAGER DEL NORD

di STEFANIA MAFFEO

 

 


Il "lager" di Fenestrelle. La ciclopica sabauda cortina bastionata

 

Cinquemiladuecentododici condanne a morte, 6564 arresti, 54 paesi rasi al suolo, 1 milione di morti. Queste le cifre della repressione consumata all'indomani dell'Unità d'Italia dai Savoia. La prima pulizia etnica della modernità occidentale operata sulle popolazioni meridionali dettata dalla Legge Pica, promulgata dal governo Minghetti del 15 agosto 1863 "… per la repressione del brigantaggio nel Meridione"[1].


Questa legge istituiva, sotto l'egida savoiarda, tribunali di guerra per il Sud ed i soldati ebbero carta bianca, le fucilazioni, anche di vecchi, donne e bambini, divennero cosa ordinaria e non straordinaria. Un genocidio la cui portata è mitigata solo dalla fuga e dall'emigrazione forzata, nell'inesorabile comandamento di destino: "O briganti, o emigranti".

Lemkin, che ha definito il primo concetto di genocidio, sosteneva: "… genocidio non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione…esso intende designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali. Obiettivi di un piano siffatto sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e della vita economica dei gruppi nazionali e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui…non a causa delle loro qualità individuali, ma in quanto membri del gruppo nazionale".

Deportazioni, l'incubo della reclusione, persecuzione della Chiesa cattolica, profanazioni dei templi, fucilazioni di massa, stupri, perfino bambine (figlie di "briganti") costretti ai ferri carcerari.
Una pagina non ancora scritta è quella relativa alle carceri in cui furono rinchiusi i soldati "vinti". Il governo piemontese dovette affrontare il problema dei prigionieri, 1700 ufficiali dell'esercito borbonico (su un giornale satirico dell'epoca era rappresentata la caricatura dell'esercito borbonico: il soldato con la testa di leone, l'ufficiale con la testa d'asino, il generale senza testa) e 24.000 soldati, senza contare quelli che ancora resistevano nelle fortezze di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto.

Ma il problema fu risolto con la boria del vincitore, non con la pietas che sarebbe stata più utile, forse necessaria. Un primo tentativo di risolvere il problema ci fu con il decreto del 20 dicembre 1860, anche se le prime deportazioni dei soldati duosiciliani incominciarono già verso ottobre del 1860, in quanto la resistenza duosiciliana era iniziata con episodi isolati e non coordinati nell'agosto del 1860, dopo lo sbarco dei garibaldini e dalla stampa fu presentata come espressione di criminalità comune. Il decreto chiamava alle armi gli uomini che sarebbero stati di leva negli anni dal 1857 al 1860 nell'esercito delle Due Sicilie, ma si rivelò un fallimento. Si presentarono solo 20.000 uomini sui previsti 72.000; gli altri si diedero alla macchia e furono chiamati "briganti". (nel '43, dopo l'8 settembre, accadde quasi la stessa cosa, ma dato che vinsero (gli anglo-americani) la lotta la chiamarono di "resistenza" , e gli uomini "partigiani". Ndr.)

A migliaia questi uomini furono concentrati dei depositi di Napoli o nelle carceri, poi trasferiti con il decreto del 20 gennaio 1861, che istituì "Depositi d'uffiziali d'ogni arma dello sciolto esercito delle Due Sicilie".
La Marmora
ordinò ai procuratori di "non porre in libertà nessuno dei detenuti senza l'assenso dell'esercito".
Per la maggior parte furono stipati nelle navi peggio degli animali (anche se molti percorsero a piedi l'intero tragitto) e fatti sbarcare a Genova, da dove, attraversando laceri ed affamati la via Assarotti, venivano smistati in vari campi di concentramento istituiti a Fenestrelle, S. Maurizio Canavese, Alessandria, nel forte di S. Benigno in Genova, Milano, Bergamo, Forte di Priamar presso Savona, Parma, Modena, Bologna, Ascoli Piceno ed altre località del Nord.

Presso il Forte di Priamar fu relegato l'aiutante maggiore Giuseppe Santomartino, che difendeva la fortezza di Civitella del Tronto. Alla caduta del baluardo abruzzese, Santomartino fu processato dai (vincitori) Piemontesi e condannato a morte. In seguito alle pressioni dei francesi la condanna fu commutata in 24 anni di carcere da scontare nel forte presso Savona. Poco dopo il suo arrivo, una notte, fu trovato morto, lasciando moglie e cinque figli. Si disse che aveva tentato di fuggire. Un esempio di morte sospetta su cui non fu mai aperta un'inchiesta per accertare le vere cause del decesso.

In quei luoghi, veri e propri lager, ma istituiti per un trattamento di "correzione ed idoneità al servizio", i prigionieri, appena coperti da cenci di tela, potevano mangiare una sozza brodaglia con un po' di pane nero raffermo, subendo dei trattamenti veramente bestiali, ogni tipo di nefandezze fisiche e morali. Per oltre dieci anni, tutti quelli che venivano catturati, oltre 40.000, furono fatti deliberatamente morire a migliaia per fame, stenti, maltrattamenti e malattie.

Quelli deportati a Fenestrelle [2], fortezza situata a quasi duemila metri di altezza, sulle montagne piemontesi, sulla sinistra del Chisone, ufficiali, sottufficiali e soldati (tutti quei militari borbonici che non vollero finire il servizio militare obbligatorio nell'esercito sabaudo, tutti quelli che si dichiararono apertamente fedeli al Re Francesco II, quelli che giurarono aperta resistenza ai piemontesi) subirono il trattamento più feroce.

Fenestrelle (nella foto di apertura) più che un forte, era un insieme di forti, protetti da altissimi bastioni ed uniti da una scala, scavata nella roccia, di 4000 gradini. Era una ciclopica cortina bastionata cui la naturale asperità dei luoghi ed il rigore del clima conferivano un aspetto sinistro. Faceva tanto spavento come la relegazione in Siberia. I detenuti tentarono anche di organizzare una rivolta il 22 agosto del 1861 per impadronirsi della fortezza, ma fu scoperta in tempo ed il tentativo ebbe come risultato l'inasprimento delle pene con i più costretti con palle al piede da 16 chili, ceppi e catene.

Erano stretti insieme assassini, sacerdoti, giovanetti, vecchi, miseri popolani e uomini di cultura. Senza pagliericci, senza coperte, senza luce. Un carcerato venne ucciso da una sentinella solo perché aveva proferito ingiurie contro i Savoia. Vennero smontati i vetri e gli infissi per rieducare con il freddo i segregati. Laceri e poco nutriti era usuale vederli appoggiati a ridosso dei muraglioni, nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi solari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo di altri climi mediterranei.

Spesso le persone imprigionate non sapevano nemmeno di cosa fossero accusati ed erano loro sequestrati tutti i beni. Spesso la ragione per cui erano stati catturati era proprio solo per rubare loro il danaro che possedevano. Molti non erano nemmeno registrati, sicché solo dopo molti anni venivano processati e condannati senza alcuna spiegazione logica.

Pochissimi riuscirono a sopravvivere: la vita in quelle condizioni, anche per le gelide temperature che dovevano sopportare senza alcun riparo, non superava i tre mesi. E proprio a Fenestrelle furono vilmente imprigionati la maggior parte di quei valorosi soldati che, in esecuzione degli accordi intervenuti dopo la resa di Gaeta, dovevano invece essere lasciati liberi alla fine delle ostilità.
Dopo sei mesi di eroica resistenza dovettero subire un trattamento infame che incominciò subito dopo essere stati disarmati, venendo derubati di tutto e vigliaccamente insultati dalle truppe piemontesi.

La liberazione avveniva solo con la morte ed i corpi (non erano ancora in uso i forni crematori) venivano disciolti nella calce viva collocata in una grande vasca situata nel retro della chiesa che sorgeva all'ingresso del Forte. Una morte senza onore, senza tombe, senza lapidi e senza ricordo, affinché non restassero tracce dei misfatti compiuti. Ancora oggi, entrando a Fenestrelle, su un muro è ancora visibile l'iscrizione: "Ognuno vale non in quanto è ma in quanto produce".
(ricorda molto la scritta dei lager nazisti "

Non era più gradevole il campo impiantato nelle "lande di San Martino" presso Torino per la "rieducazione" dei militari sbandati, rieducazione che procedeva con metodi di inaudita crudeltà. Così, in questi luoghi terribili, i fratelli "liberati", maceri, cenciosi, affamati, affaticati, venivano rieducati e tormentati dai fratelli "liberatori".

Altre migliaia di "liberati" venivano confinati nelle isole, a Gorgonia, Capraia, Giglio, all'Elba, Ponza, in Sardegna, nella Maremma malarica. Tutte le atrocità che si susseguirono per anni sono documentate negli Atti Parlamentari, nelle relazioni delle Commissioni d'Inchiesta sul Brigantaggio, nei vari carteggi parlamentari dell'epoca e negli Archivi di Stato dei capoluoghi dove si svolsero i fatti.

Francesco Proto Carafa, duca di Maddaloni, sosteneva in Parlamento: "Ma che dico di un governo che strappa dal seno delle famiglie tanti vecchi generali, tanti onorati ufficiali solo per il sospetto che nutrissero amore per il loro Re sventurato, e rilegagli a vivere nelle fortezze di Alessandria ed in altre inospitali terre del Piemonte…Sono essi trattati peggio che i galeotti. Perché il governo piemontese abbia a spiegar loro tanto lusso di crudeltà? Perché abbia a torturare con la fame e con l'inerzia e la prigione uomini nati in Italia come noi?".

Ma della mozione presentata non fu autorizzata la pubblicazione negli Atti Parlamentari, vietandosene la discussione in aula [3]. Il generale Enrico Della Rocca, che condusse l'assedio di Gaeta, nella sua autobiografia riporta una lettera alla moglie, in cui dice: "Partiranno, soldati ed ufficiali, per Napoli e Torino...", precisando, a proposito della resa di Capua, "...le truppe furono avviate a piedi a Napoli per essere trasportate in uno dei porti di S.M. il Re di Sardegna. Erano 11.500 uomini" [4].

Alfredo Comandini, deputato mazziniano dell'età giolittiana, che compilò "L'Italia nei Cento Anni (1801-1900) del secolo XIX giorno per giorno illustrata", riporta un'incisione del 1861, ripresa da "Mondo Illustrato" di quell'anno, raffigurante dei soldati borbonici detenuti nel campo di concentramento di S. Maurizio, una località sita a 25 chilometri da Torino. Egli annota che, nel settembre del 1861, quando il campo fu visitato dai ministri Bastogi e Ricasoli, erano detenuti 3.000 soldati delle Due Sicilie e nel mese successivo erano arrivati a 12.447 uomini.

Il 18 ottobre 1861 alcuni prigionieri militari e civili capitolati a Gaeta e prigionieri a Ponza scrissero a Biagio Cognetti, direttore di "Stampa Meridionale", per denunciare lo stato di detenzione in cui versavano, in palese violazione della Capitolazione, che prevedeva il ritorno alle famiglie dei prigionieri dopo 15 giorni dalla caduta di Messina e Civitella del Tronto ed erano già trascorsi 8 mesi. Il 19 novembre 1861 il generale Manfredo Fanti inviava un dispaccio al Conte di Cavour chiedendo di noleggiare all'estero dei vapori per trasportare a Genova 40.000 prigionieri di guerra. Cavour così scriveva al luogotenente Farini due giorni dopo: "Ho pregato La Marmora di visitare lui stesso i prigionieri napoletani che sono a Milano", ammettendo, in tal modo, l'esistenza di un altro campo di prigionia situato nel capoluogo lombardo per ospitare soldati napoletani.

Questa la risposta del La Marmora: "…non ti devo lasciar ignorare che i prigionieri napoletani dimostrano un pessimo spirito. Su 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a 100 quelli che acconsentono a prendere servizio. Sono tutti coperti di rogna e di verminia…e quel che è più dimostrano avversione a prendere da noi servizio. Jeri a taluni che con arroganza pretendevano aver il diritto di andare a casa perché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco Secondo, gli rinfacciai altamente che per il loro Re erano scappati, e ora per la Patria comune, e per il Re eletto si rifiutavano a servire, che erano un branco di car…che avessimo trovato modo di metterli alla ragione".

Le atrocità commesse dai Piemontesi si volsero anche contro i magistrati, i dipendenti pubblici e le classi colte, che resistettero passivamente con l'astensione ai suffragi elettorali e la diffusione ad ogni livello della stampa legittimista clandestina contro l'occupazione savoiarda. Particolarmente eloquente è anche un brano tratto da Civiltà Cattolica: "Per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra, già trasportati in Piemonte e Lombardia, si ebbe ricorso ad un espediente crudele e disumano, che fa fremere. Quei meschinelli, appena coperti da cenci di tela, rifiniti di fame perché tenuti a mezza razione con cattivo pane ed acqua ed una sozza broda, furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle e d'altri luoghi posti nei più aspri luoghi delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima sì caldo e dolce, come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimare di fame e di stento per le ghiacciaie".

Ancora possiamo leggere dal diario del soldato borbonico Giuseppe Conforti, nato a Catanzaro il 14.3.1836 (abbreviato per amor di sintesi): "Nella mia uscita fu principio la guerra del 1860, dopo questa campagna che per aver tradimenti si sono perduto tutto e noi altri povere soldati manggiando erba dovettimo fuggire, aggiunti alla provincia della Basilicata sortí un prete nemico di Dio e del mondo con una porzione di quei giudei e ci voleva condicendo che meritavamo di essere uccisi per la federtà che avevamo portato allo notro patrone. Ci hanno portato innanzi a un carnefice Piemontesa condicendo perché aveva tardato tanto ad abbandonare quell'assassino di Borbone. Io li sono risposto che non poteva giammai abbandonarlo perché aveva giurato fedeltà a lui e lui mi à ditto che dovevo tornare indietro asservire sotto la Bandiera d' Italia. Il terzo giorno sono scappato, giunto a Girifarchio dove teneva mio fratello sacerdote vedendomi redutto a quello misero stato e dicendo mal del mio Re io li risposi che il mio Re no aveva colpa del nostri patimenti che sono stato le nostri soperiori traditori; siamo fatto questioni e lo sono lasciato".
"Allo mio paese sono stato arrestato e dopo 7 mesi di scurre priggione mi anno fatto partire per il Piemonte. Il 15 gennaio del 1862 ci anno portato affare il giuramento, in quello stesso anno sono stato 3 volte all'ospidale e in pregiona a pane e accua. Principio del 1863 fuggito da sotto le armi di vittorio, il 24 sono giunto in Roma, il giorno 30 sono andato alludienza del mio desiderato e amato dal Re', Francesco 2 e li ò raccontato tutti i miei ragioni"[5].


Vittorio Emanuele II, il re vittorioso...

 


...e Francesco II, il re vinto, nella fortezza di Gaeta

 


Un ulteriore passo avanti nella studio di questa fase poco "chiara" del post unificazione è stato fatto recentemente, quando un ricercatore trovò dei documenti presso l'Archivio Storico del Ministero degli Esteri attestanti che, nel 1869, il governo italiano voleva acquistare un'isola dall'Argentina per relegarvi i soldati napoletani prigionieri, quindi dovevano essere ancora tanti [6].
Questi uomini del Sud finirono i loro giorni in terra straniera ed ostile, certamente con il commosso ricordo e la struggente nostalgia della Patria lontana. Molti di loro erano poco più che ragazzi [7].

Era la politica della criminalizzazione del dissenso, il rifiuto di ammettere l'esistenza di valori diversi dai propri, il rifiuto di negare ai "liberati" di credere ancora nei valori in cui avevano creduto. I combattenti delle Due Sicilie, i soldati dell'ex esercito borbonico ed i tanti civili detenuti nei "lager dei Savoia", uomini in gran parte anonimi per la pallida memoria che ne è giunta fino a noi, vissero un eroismo fatto di gesti concreti, ed in molti casi ordinari, a cui non è estraneo chiunque sia capace di adempiere fedelmente il proprio compito fino in fondo, sapendo opporsi ai tentativi sovvertitori, con la libertà interiore di chi non si lascia asservire dallo "spirito del tempo".

STEFANIA MAFFEO

NOTE

[1] Legge Pica:
" Art.1: Fino al 31 dicembre nelle province infestate dal brigantaggio, e che tali saranno dichiarate con decreto reale, i componenti comitiva, o banda armata composta almeno di tre persone, la quale vada scorrendo le pubbliche strade o le campagne per commettere crimini o delitti, ed i loro complici, saranno giudicati dai tribunali militari;
Art.2: I colpevoli del reato di brigantaggio, i quali armata mano oppongono resistenza alla forza pubblica, saranno puniti con la fucilazione;
Art.3: Sarà accordata a coloro che si sono già costituiti, o si costituiranno volontariamente nel termine di un mese dalla pubblicazione della presente legge, la diminuzione da uno a tre gradi di pena;
Art.4: Il Governo avrà inoltre facoltà di assegnare, per un tempo non maggiore di un anno, un domicilio coatto agli oziosi, ai vagabondi, alle persone sospette, secondo la designazione del Codice Penale, nonché ai manutengoli e camorristi;
Art.5: In aumento dell'articolo 95 del bilancio approvato per 1863 è aperto al Ministero dell'Interno il credito di un milione di lire per sopperire alle spese di repressione del brigantaggio. (Fonte: Atti parlamentari. Camera dei Deputati)
[2] Il luogo non era nuovo a situazioni del genere perché già Napoleone se ne era servito per detenervi i prigionieri politici ed un illustre napoletano, Don Vincenzo Baccher, il padre degli eroici fratelli realisti fucilati dalla Repubblica Partenopea il 13 giugno del 1799, che vi aveva passato 9 anni, dal 1806 al 1815, tornando a Napoli alla venerabile età di 82 anni.
[3] Giovanni De Matteo, Brigantaggio e Risorgimento - legittimisti e briganti tra i Borbone ed i Savoia, Guida Editore, Napoli, 2000.
[4] Questa informazione e tutte le seguenti sono state reperite nei saggi "I campi di concentramento", di Francesco Maurizio Di Giovine, nella rivista
L'Alfiere, Napoli, novembre 1993, pag. 11 e "A proposito del campo di concentramento di Fenestrelle", dello stesso autore, pubblicato su L'Alfiere, dicembre 2002, pag. 8.
[5] Fulvio Izzo, I Lager dei Savoia, Controcorrente, Napoli 1999.
[6] S. Grilli, Cayenna all'italiana, Il Giornale, 22 marzo 1997.
[7] Sul sito www.duesicilie.org/Caduti.html è possibile ritrovare i nomi, con data di nascita e provenienza di alcuni martiri di Fenestrelle, nel periodo compreso tra il 1860 ed il 1865. Erano poco più che ragazzi: il più giovane aveva 22 anni, il più vecchio 32.

 

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Sciacca 17 marzo 2011 - Ecco cosa festeggiano oggi gli " italioti "

Se sei un Meridionale e dopo aver letto quanto sopra hai ancora voglia di festeggiare vorrà dire che non sei degno di essere annoverato tra gli "UOMINI", ma nemmeno tra le "Bestie", perchè sei solo un pezzo di merda !

 

Pino Marinelli

 

Ultimo aggiornamento (Mercoledì 28 Settembre 2011 11:15)

 
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