AddThis Social Bookmark Button

***************************************************

Due storie da leggere tutte d'un fiato ed un film assolutamente da vedere

... e li chiamarono BRIGANTI

di Antonio PAGANO

da: Periodico Due Sicilie 01/2000

Voi siete governo nuovo, però meglio a voi si addice la persuasione. Persuadeteci coi fatti, rifateci felici e mostratevi migliori de’ precedenti regnatori". Cosí, ironicamente, scriveva il 26 giugno 1861 il giornale napoletano "La Tragicommedia", ma, l’ironia che proveniva dai "caffoni" non era ben accetta dai supponenti nuovi padroni piemontesi. La Tragicomedia, d’ordine, cessò di vedere più la luce. Quanto alla invocata felicità, questa era stata già da tempo profusa in quantità industriale ad uso e consumo del Popolo Duosiciliano: "Il passato fu la ricchezza, la pace, le leggi, le arti, i costumi, la religione" (La Tragicommedia, ibidem).L’arrivo dei "liberatori" era stato accolto oltre il Tronto (12 ottobre 1860) in modo inconsueto, tanto da far restare attoniti i generaloni savoiardi: invece dei soliti e preconfezionati ramoscelli d’ulivo, sonore schioppettate come benvenuto. Quale che fosse la componente che maggiormente portò i Duosiciliani alla reazione contro gli invasori ha un’importanza rilevante, perché da essa si potrà trarre la ragione del quasi totale coinvolgimento popolare: legittimismo, lotta di rivendicazione sociale contadina, innata fedeltà del popolo Duosiciliano al Re, tutti motivi certamente presenti, ma che erano il sostrato della vera ragione del rigetto totale alla integrazione tra società diverse ove peraltro una si presentava prevaricatrice dell’altra. Per un decennio, dal 1860 al 1870, e in alcuni casi anche oltre, un intero popolo, già catalogato come "… affricani, caffoni verminosi, infidi, etc.", pur davanti ad una sicura sconfitta, quasi fatalisticamente, e, perché no, avvolto da un’aura romantica, tra la scelta di vivere in ginocchio o di morire in piedi, non ebbe esitazioni. Quegli uomini, gli ultimi uomini che osarono alzare la testa, che si sacrificarono in nome della indipendenza del Regno delle Due Sicilie, scrissero le pagine più belle della storia di una Nazione sovrana da oltre 700 anni. Luoghi comuni come l’amor di patria, la falsa retorica risorgimentale, ma un ancor piú concertato disegno riduttivo e calunniatore, hanno fatto sí che alle migliaia di insorgenti Duosiciliani venisse affibbiato il titolo di brigante, e che, cosa imperdonabile, venisse distrutto il passato storico di una grande Nazione.

Una Storia matrigna

 La storia della fine del Regno delle Due Sicilie è una storia matrigna, imposta da 140 anni dai lacchè, sedicenti storici, con l’unico scopo di infangare ed annullare la memoria storica, di cancellare le radici di un popolo che aveva osato rifiutare la libertà giacobina e savoiarda. Guardati con sospetto, tenuti sotto il tallone del piú feroce e arbitrario dispotismo, briganti ieri, camorristi e mafiosi oggi. I briganti sono un ricordo, la mafia e la camorra, che a ben ragione possono essere indicate come le espressioni dello stato unitario savoiardo, vivono e si moltiplicano piú che per la loro capacità organizzativa, per la premeditata inazione dei governi post-risorgimentali ed attuali. Briganti erano le centinaia di migliaia di Duosiciliani uccisi negli scontri con l’esercito invasore, trucidati nelle loro case, briganti erano gli abitanti di 54 paesi rasi al suolo, briganti erano le donne violate, i preti crocifissi, i 56.000 soldati borbonici chiusi nei campi di concentramento di S. Maurizio Canavese e di Fenestrelle a morire di fame e stenti. Ma, per battere quei briganti, il liberale e democratico piemonte dovette far scendere in campo piú di 120.000 soldati di linea, affiancati da quasi 400.000 guardie nazionali. Se questo fu brigantaggio…! L’esercito piemontese affrontò una guerra interminabile, la piú feroce e sanguinosa della sua storia militare, cercando di mettere la sordina, di far trapelare il meno possibile, arrivando financo a nascondere il numero dei soldati caduti. Il governo piemontese, se avesse lasciato campo libero alla stampa dell’epoca, non avrebbe piú potuto invocare la "volontà popolare" espressa durante i ridicoli plebisciti per legittimare l’annessione del Reame Duosiciliano. I barbari piemontesi, sorpresi dalla massiccia reazione popolare, macchiarono la loro bandiera (ma, era mai stata senza macchia?) con un comportamento, a dir poco, … piemontese. Il 21 gennaio 1861, resi furenti dalla serie di scacchi subiti dai "briganti", massacrarono 356 combattenti borbonici fatti prigionieri a Scurcola Marsicana, senza tener conto, in barba ad ogni convenzione militare, che Re Francesco II combatteva a Gaeta, che a Scurcola la bandiera che sventolava era quella del Regno delle Due Sicilie, la stessa che garriva al vento sulle fortezze di Messina e della gloriosa Civitella del Tronto. La consorteria massonico-savoiarda era discesa al sud con l’intento sí di abbattere la Dinastia Borbonica, ma anche con finalità conservatrici, sia sul terreno politico che economico-sociale. Finalità che avevano l’appoggio incondizionato dei latifondisti meridionali, i quali vedevano un pericolo nella politica spesso enunciata e già molte volte applicata dai Borbone con l’assegnazione di terre ai contadini. Il costo di tale patto scellerato doveva necessariamente ricadere sui contadini e su tutto l’ex Regno. Inoltre la conquista di un mercato vasto come quello del Sud avrebbe finalmente visto lo sviluppo delle rachitiche industrie piemontesi e lombarde. Per la legge del contrappasso, quasi miracolosamente, le fiorenti industrie napolitane vennero spazzate via: le fonderie di Mongiana (Cosenza), dove gli "inetti meridionali" riuscivano a produrre le traverse (lunghe ognuna 34 m) per il primo ponte in ferro in Italia sul fiume Garigliano, le officine di Pietrarsa, dove venivano costruite le prime locomotive quando gli altri stati italiani, in primis il piemonte, le importavano dall’Inghilterra, gli innumerevoli e moderni, per l’epoca, cantieri navali, che produssero la prima nave a vapore che solcò il mare, tutto finito, distrutto, trasferito ad ingrassare i parassiti del futuro triangolo industriale. La scelta era tra essere "briganti o emigranti", e molti, tanti, scelsero di diventare prima briganti, poi emigranti. Briganti che fecero schiumare di rabbia e diventare verdi per il terrore gli impennacchiati Cialdini, Fumel, Pinelli e che fecero pensare seriamente al potere politico piemontese di abbandonare quella terra che tanto costava sangue e … disonore. Fu guerra e non brigantaggio, senza quartiere, senza alcuna regola cavalleresca. Fu una gara alla ricerca della massima crudeltà. Guerra che cominciò all’indomani della proclamazione dell’unità della loro Italia, il 17 marzo 1861, una data da non dimenticare mai perché fu la data che diede inizio alla mattanza. Non è possibile accertare il numero di coloro che presero parte attiva alla guerra contro gli invasori, ma parecchi storici concordano nel quantificarlo in circa 85.000, numero raggiunto quando gli scontri divennero intensissimi e, considerando il numero dei fucilati, uccisi in combattimento e i prigionieri, non sembra inverosimile parlare di circa 400.000 combattenti. Nelle pagine che seguono saranno descritte le campagne di guerra del Generale Carmine Crocco Donatelli, generale acclamato sul campo dai suoi soldati, che sotto la sua guida infersero cocenti sconfitte ai briganti piemontesi.

Carmine Crocco Donatelli

Le origini di Carmine Crocco sono umili. Egli era appena in grado di leggere e scrivere, ma era dotato di vivissima intelligenza. Le promesse di un futuro migliore tanto strombazzate dal trombone Garibaldi (del quale in seguito Crocco capì che valeva come un due di briscola) videro Crocco parteggiare inizialmente per i garibaldini e insorgere contro lo strapotere dei latifondisti: ma mentre Garibaldi prometteva terra a tutti, i "galantuomini" se ne erano già impossessati. Crocco cercava, inoltre, e ne aveva avuta la promessa, di farsi cancellare alcuni reati commessi precedentemente. Tornato nel Melfese, luogo dei suoi natali, seppe tuttavia che era stato spiccato nei suoi confronti un mandato a comparire (mandato di cattura) e la scelta obbligata per Crocco fu quella di darsi alla macchia. Le notizie dei numerosi ed ingiustificati eccidi commessi dai nordisti, dei villaggi distrutti, dell’atteggiamento prevaricatore e razzista, dei proclami infami che promettevano piombo, corda e galera, convinsero Crocco a tornare nuovamente a militare sotto la bandiera gigliata del Regno delle Due Sicilie. Convinzione vieppiú rafforzata dall’accorrere, sotto la Bandiera, di moltissimi semplici soldati del disciolto esercito borbonico, che aborrivano l’idea di giurare fedeltà a un re straniero e invasore, e di altrettanti numerosi contadini, che si sentivano privati della protezione che la Dinastia Borbonica loro concedeva contro le prevaricazioni dei grandi proprietari.

Anno 1861

 Il 7 aprile 1861 un orgoglioso Alfiere regge la Bandiera Duosiciliana e avanza seguito dal Gen. Crocco e da circa 500 armati, perfettamente inquadrati, e da 160 cavalieri. Il gruppo di combattimento aveva tuttavia alcuni lati negativi: -1. le truppe non disponevano di un servizio di sussistenza e, quindi, dovevano procurarsi vettovaglie e vestiario dove era possibile; -2. le armi erano vetuste, quasi sempre fucili da caccia e armi bianche, per cui il loro maggior fornitore fu l’esercito piemontese e la guardia nazionale che nella fuga abbandonavano il loro armamento per fuggire piú veloci; -3. Non aveva alcun aiuto finanziario da parte di potenze straniere (come veniva millantato dagli invasori) e gli insorgenti dovevano soddisfare le loro necessità sequestrando il denaro per le paghe dei savoiardi e dei loro collaborazionisti; -4. Infine venivano limitati enormemente nelle loro azioni operative in quanto dovevano tener conto della feroce reazione che i piemontesi compivano contro le inermi popolazioni civili. Dal 7 aprile ai primi di maggio 1861 tutta la Basilicata è in fiamme: si osservi in proposito nella cartina la incontrastata marcia del Gruppo di combattimento di Crocco. In rapida successione, segnata dalla altrettanta rapida fuga dei presidi piemontesi e delle guardie nazionali, vengono liberate Ripacandida, Barile, Venosa, Lavello ed in fine la gloriosa Melfi, città cara a Federico II. Il bottino in armi è ingente, in ogni cittadina Crocco restaura il Governo Borbonico, vengono bruciati il tricolore e i simboli savoiardi, l’entusiasmo della popolazione è indescrivibile. Le superstiti truppe piemontesi si sono rifugiate a Maschito, ben lontani dall’epicentro della rivolta. Lo stato maggiore degli invasori piemontesi, colto di sorpresa, ordina a tutte le truppe stanziate a Salerno, Benevento, Avellino e Foggia di convergere sul Melfese. Il loro cammino sarà segnato dagli orrori di fucilazioni di massa e dall’incendio di interi paesi. Crocco nel contempo dirige la sua marcia in Alta Irpinia, dove libera Carbonara, Calitri, S. Andrea e Conza. Il numero dei briganti piemontesi uccisi dagli insorgenti è ancora oggi coperto da segreto militare. Senza che vi siano gruppi organizzati, si sollevano Grassano, S. Chirico, Avigliano, Ruoti, Rapolla, Atella e Rionero. Circa 4000 piemontesi, appoggiati da altrettante guardie nazionali, stringono un cerchio di truppe su Crocco, ma nella rete non resta nulla. Crocco ha diviso la sua forza in piccoli gruppi che hanno filtrato le maglie dell’accerchiamento piemontese.

Nelle sue memorie lo stesso Crocco scrive: "Ai primi di maggio, trovando difficoltà a trarre mezzi di sussistenza … divisi le truppe in plotoni, dando per punto di riunione i boschi di Lagopesole". Mentre Crocco è acquartierato a Lagopesole, i suoi luogotenenti Angelo Maria Villani e Giuseppe Nicola Summa (Ninco-Nanco), nell’intento di alleviare la pressione esercitata su Crocco, attaccano con successo reparti piemontesi in Capitanata. Il 14 maggio Villani libera Mattinata, il 10 giugno Poggio Imperiale, le vittime piemontesi sono numerosissime. In Capitanata gli scontri avvengono tra la cavalleria piemontese e la cavalleria degli insorgenti: il bottino in cavalli è per i borbonici veramente sostanzioso. A Palazzo S. Gervasio, Summa al comando di reparti di cavalleria insorgente travolge i Lancieri di Montebello e la guardia nazionale, una vittoria totale. Il 24 luglio insorge Gioia del Colle, il 30 Vieste sul Gargano. Nessuna formazione di truppe insorgenti era presente nelle zone delle due cittadine e i piemontesi fucilano 170 persone a Gioia e 65 a Vieste, saccheggiando anche le chiese. La gravità della situazione la si può intuire dal telegramma che il 7 agosto il gen. Cialdini invia al suo degno compare Cadorna: "Nel caso di avvenimenti gravi ed imprevisti a Napoli o altrove, concentri la sua truppa a Teramo, Aquila, Pescara ed agisca secondo le circostanze se le comunicazioni con me venissero interrotte" ("Il gen. Cadorna nel Risorgimento", Milano, 1922, pag. 202). Il 10 agosto truppe piemontesi occupano Ruvo del Monte, le case vengono saccheggiate e 23 persone fucilate. Il Melfese, la Capitanata e la Terra di Bari diventano l’epicentro di una serie infinita di piccoli e grandi scontri e in queste zone vengono inviate molte truppe piemontesi. Il terrore tuttavia attanaglia gli occupanti, gli insorgenti hanno adattato il loro comportamento a quello dei piemontesi: niente piú prigionieri, visto che la fucilazione era il trattamento riservato ai Duosiciliani caduti in mano ai savoiardi. Le azioni nel Melfese e in Puglia rendono piú difficile il controllo nella fascia che va da Terra di Lavoro al Beneventano. Napoli rischia di rimanere isolata. Lo stesso 10 agosto Crocco muove verso Ruvo del Monte: intende punire i piemontesi e i "galantuomini" per i delitti ed il saccheggio cui il paese è stato sottoposto. Occupata la cittadina fa sterminare tutti i piemontesi e le guardie nazionali, piú 17 galantuomini, impadronendosi di gran quantità di armi e munizioni. La reazione piemontese è immediata e l’11 agosto scagliano contro Crocco circa 4000 uomini, composti da un battaglione bersaglieri, un battaglione del 62° Rgt. Ftr, tre battaglioni di carabinieri, due compagnie del 32° Rgt. Ftr., affiancate da centinaia di guardie nazionali. Crocco decide di accettare lo scontro e, unendo alle sue forze, circa 160 cavalleggeri comandati da Agostino Sacchitiello, finge in un primo tempo di puntare su Calitri, poi inverte la marcia e si posiziona a Toppacivita (nome che non compare certo nelle carte militari piemontesi), ove fa approntare un campo trincerato. Insieme a Crocco, forte di 1000 fanti e 200 cavalieri, ad aspettare l’assalto dei luridi briganti piemontesi, sono i suoi luogotenenti i cui nomi passeranno alla storia quando il Sud tornerà ad essere libero e indipendente:

- Giuseppe Nicola Summa, di Avigliano;

- Giuseppe Schiavone, di Cenzano;

- Agostino Sacchitiello, dall’Irpinia;

- Giovanni Coppa, di S. Fele;

- Pasquale Cavalcante, di Corleto Perticara;

- Teodoro Gioseffi, di Barile:

- Giuseppe Caruso, di Atella, ed altri.

Il 14 agosto, alle ore 04.00, comincia la battaglia che si concluderà solo alle 17,30 del pomeriggio. Crocco respinge tre attacchi piemontesi e contrattacca a sua volta mettendo in fuga i nemici. Nicola Summa e Pasquale Cavalcante, che guidano la cavalleria insorgente, provano ad avvolgere il nemico in fuga, ma questi riescono a salvarsi. I piemontesi uccisi in combattimento sono duecento. Vengono fatti 50 prigionieri, compreso un capitano, che in seguito vengono scambiati con 12 insorgenti. I piemontesi, ripiegati su Rionero, abbandonano enormi quantità di salmerie e munizionamento. Il giorno dopo i partigiani di Crocco festeggiano la vittoria con un memorabile pranzo immolando 1000 polli e 200 pecore. Nei giorni seguenti i piemontesi, i veri briganti, si sfogano con crudeli repressioni. Vengono decimati interi paesi, distrutti i raccolti e abbattuti migliaia di capi di bestiame. Il piú delle volte, per queste vili operazioni, si servono della Legione Ungherese, un corpo di mercenari di crudeltà inaudita. Questi metodi fecero dire a Napoleone III, nonostante fosse complice del Vittorione Emanuele: "Les Bourbons n‘ont jamais fait autant ..." (Molfese, pag. 95). Dopo Toppacivita Crocco va ad acquartierarsi a Lagopesole, ma il 20 dello stesso mese attacca i presidi di Monteverde e Teora in Alta Irpinia. Il 31 lo troviamo nella pianura che circonda Lucera in Capitanata, dove travolge una compagnia del 62° Rgt. Ftr. e due battaglioni di guardie nazionali. In settembre, il giorno 22, la compagnia di Caruso subisce forti perdite in uno scontro con alcuni reparti del 39° e 61° Rgt. Ftr. Poi, il primo ottobre, anche la compagnia di Caschetta subisce la perdita di 40 uomini e lo stesso Caschetta viene fucilato a Melfi il giorno dopo. Nella seconda metà di ottobre Crocco ordina ai suoi luogotenenti di radunare le truppe a Lagopesole, dove attende l’arrivo di un ufficiale legittimista spagnolo, il generale spagnolo José Borjes, inviato dal Comitato Borbonico di Marsiglia. Borjes era sbarcato a Bruzzano il 17 settembre con 12 ufficiali spagnoli, ma il suo arrivo, annunciato dai soliti pentiti, fece accorrere numerose truppe nel tentativo di catturarlo. Il percorso compiuto da Borjes fu molto difficoltoso e molto rischioso, ma intanto egli ha modo di valutare la situazione militare e politica in quelle regioni, comprende che alla sua azione dovrà seguire un solido aiuto esterno di uomini e armi. Nel suo diario riporterà una frase che evidenzierà l’isolamento in cui si trovavano i rivoltosi: "I proprietari della Sila sono antirealisti, perché quando il Re fosse sul trono non potrebbero comandare dispoticamente ai loro vassalli" (Diario A.S.M.E., cartella 1506). Il 15 ottobre presso Lavello (Cerignola) reparti di lancieri piemontesi uccidono una ventina di contadini solo perché sospetti, ma Borjes, nel frattempo, riesce comunque ad arrivare al bosco di Lagopesole il giorno 19, dove avrebbe potuto incontrarsi con Crocco. L’incontro avviene il giorno 22. Sono due personalità molto diverse, tuttavia Borjes riesce a far accettare a Crocco il suo piano di compiere un atto che provochi una grande risonanza politica: la conquista di Potenza. Nel primo giorno di novembre 1200 uomini al comando di Borjes e di Crocco, divisi in centurie comandate da ufficiali spagnoli e dai luogotenenti di Crocco si muovono da Lagopesole nella seconda e ben piú pericolosa spedizione contro gli invasori piemontesi. L’avanzata inizia il 3 novembre con la liberazione di Trivigno, il 5 vengono eliminati i presidi di Calciano e Garaguso, il 6 tocca al grosso centro di Salandra, il 7 e l’8 vengono liberati anche Craco ed Aliano, posizionata sulla sponda destra del torrente Sauro. Nel frattempo 1200, tra piemontesi e guardie nazionali, convergono verso il Raggruppamento di Crocco da Stigliano e da Matera. I savoiardi, provenienti da Stigliano per riunirsi con le altre truppe provenienti da Matera, vengono attaccati mentre si accingono a guadare il Sauro. 600 piemontesi sono assaliti da 400 Duosiciliani: l’urto è violentissimo. Due battaglioni del 62° Rgt. Ftr vengono travolti dalla cavalleria di Nicola Summa al grido di "viva ‘o Re" e le acque del Sauro diventano rosse del sangue dei piemontesi e delle guardie nazionali. La truppa piemontese è letteralmente terrorizzata e ripiega disordinatamente su Stigliano e successivamente proseguono verso S. Mauro Forte, ma su questa strada vengono ancora assaliti e sterminati da un altro drappello di cavalleria duosiciliana proveniente da Gorgoglione. La disfatta è totale e il numero dei morti piemontesi sembra sia stato 350, tanto che il generale Della Chiesa viene sostituito e deferito ad un consiglio di disciplina. Intanto Borjes e Crocco vengono accolti a Stigliano dalle autorità cittadine con grandi festeggiamenti e con l'esposizione della bandiera delle Due Sicilie in tutta la cittadina. La notizia della brillante vittoria fece sí che altri 300 volontari si arruolassero con Borjes e in molti paesi si incominciò a sperare. Il totale dei patrioti di Crocco e di Borjes raggiunge il numero di 2.180. Il Raggruppamento Duosiciliano riprende la marcia il giorno 13 e vengono liberate Cirigliano, Gorgoglione, Accettura, Oliveto e Garaguso. Il 14 novembre le truppe duosiciliane vengono accolte da Grassano in festa e il giorno dopo viene liberato S. Chirico. Solo Vaglio, alle porte di Potenza, oppone una dura resistenza per il suo forte presidio e per la sua naturale posizione, ma dopo sette ore di continui attacchi viene conquistato e il presidio piemontese viene decimato. Il 16 novembre la vallata prospiciente Potenza accoglie le truppe di Borjes e Crocco. Il piano di Borjes sembra avviarsi verso la conclusione progettata. Il presidio piemontese, pur abbastanza consistente, è davvero terrorizzato, temono di ricevere lo stesso trattamento che essi hanno tenuto contro i cittadini dei vari centri della Basilicata. Secondo i piani, e anche in funzione delle esigue truppe duosiciliane, a Potenza dovrebbero verificarsi dei disordini fomentati dal clandestino comitato borbonico, ma anche qui il tradimento incombe. Crocco nelle sue memorie scrive: "Presiede il comitato il sig. …, liberale della sola fascia tricolore, che non avendo potuto arricchire nella rivoluzione, cambiò bandiera e si rifece borbonico. Ma questo camaleonte ancora una volta cambiò colore, avvertí il comandante della piazza, indicò dove erano deposte le armi, e, dopo aver intascato i ducati del Borbone, si vantò di aver salvato la Basilicata" (Memorie, pag. 95). Il piano di Borjes fallisce, mentre migliaia di soldati affluivano alle spalle dei Duosiciliani. L’attacco frontale senza artiglieria era da escludere, sarebbe stato un suicidio collettivo, e cosí Borjes devía la truppa verso Pietragalla con l’intento di avvolgere Potenza da nord-ovest. A questo punto sorgono contrasti tra Crocco e Borjes: il primo decide di liberare Bella, Balvano e Ricigliano. Poi, dopo aver eliminato il presidio di Pescopagano, si ritira verso i sicuri e imprendibili boschi di Monticchio. Mentre Crocco si ritira, si scatena la bestiale reazione piemontese sugli indifesi abitanti. A Trivigno i piemontesi addirittura fanno un apposito bando promettendo il perdono ai rivoltosi che si costituiscono, ma i 28 presentatisi vengono tutti fucilati e i cadaveri lasciati insepolti nella piazza del paese come esempio e monito. A Ruvo del Monte, non trovando briganti da combattere, il comandante del 31° battaglione bersaglieri, il maggiore lodigiano Davide Guardi, ammazza numerosi cittadini, anche questi lasciati in piazza insepolti, rubando anche il poco denaro delle casse comunali. Il 27 Borjes si congeda da Crocco perché intende raggiungere i confini pontifici per presentarsi al Generale Clary. Al termine di un’esaltante marcia, sempre braccato dai piemontesi e dalle manutengole guardie nazionali, raggiunge la Marsica. Il 6 dicembre i bersaglieri prelevano dalle carceri di Potenza un gruppo di detenuti, tra i quali due luogotenenti di Crocco, Vincenzo D’Amato (Stancone) e Luigi Romaniello, e, anziché tradurli a Salerno, li uccidono lungo il tragitto. L’8 dicembre, Borjes, tradito da un francese che li aveva avvistati, è circondato dai piemontesi nei pressi di Tagliacozzo, nella cascina Mastroddi dove ha cercato riparo. Dopo una sparatoria, vinti dal fumo per il fuoco appiccato dai nemici alla cascina, gli spagnoli sono costretti ad arrendersi, anche perché il comandante piemontese, il maggiore Franchini, promette salva la vita. Borjes, cavallerescamente porge la sua spada all’ufficiale piemontese, che la rifiuta e poi vigliaccamente fucila subito dopo sia Borjes che gli altri Spagnoli catturati, impossessandosi di tutte le monete d’oro trovate loro addosso.

Anno 1862

La fine della spedizione ideata dal Borjes è stata causata anche dall’arrivo della Brigata Acqui e da migliaia di guardie nazionali. Senza soluzione di continuità migliaia e migliaia di reclute piemontesi vengono inviate nel Mezzogiorno nel tentativo di soffocare ogni anelito di libertà dei Duosiciliani. Crocco divide la truppa in sei distaccamenti comandati dai suoi migliori luogotenenti e li fa accampare lungo i boschi sulla dorsale che da Potenza porta a Monticchio e poi piega ad ovest lungo il medio Ofanto fino al territorio di Calitri. Nessuno osa disturbare le truppe cosí acquartierate, le quali possono ancora una volta riorganizzarsi. Nelle sue memorie Crocco scrive: "Cosí passammo l‘inverno senza essere disturbati e fu veramente una fortuna, poiché quell‘anno vi fu un‘invernata terribile … Era caduta tanta neve che non si poteva camminare; ciò fece dire ai giornali che il "brigantaggio" era distrutto e morto ..." (Crocco, pag. 109). Era questa la convinzione non solo dei giornali, ma anche dello stesso La Marmora, il quale scriveva al suo capobanda Ricasoli: "… il brigantaggio è, se non sparito, ridotto però a tale punto da non poter piú sconvolgere le provincie" (carteggio La Marmora / Ricasoli, lett. 24.2.62). Il 24 febbraio le truppe di Crocco muovono dai boschi del Vulture puntando verso la pianura del Tavoliere. Durante il forzato riposo Crocco e i suoi si sono resi conto che non sarà piú possibile agire con tutte le loro forze nello stesso punto. La disparità in numeri e mezzi è senza paragoni: circa 45.000 soldati di linea e altrettante guardie nazionali aspettano l’occasione per colpire ed eliminare definitivamente gli insorgenti. I distaccamenti, dunque, agiranno singolarmente, cercheranno la collaborazione di altri insorgenti e si uniranno solo in casi eccezionali. I briganti piemontesi potranno essere ancora battuti se divisi e comunque solo se ci sarà una parità delle forze. Una serie interminabile di scontri mortali, un rivolo senza fine di sangue segnerà lo scorrere del 1862. I cimiteri piemontesi si riempiono di nuove lapidi di soldati uccisi, ma la Basilicata, l’Alta Irpinia e la Puglia vedono cadere numerosi loro figli, sepolti sotto un ulivo, lungo il greto di un torrente, o, se sfortunati, lasciati appesi per giorni al patibolo della giustizia savoiarda come monito. Impossibile segnalare tutte le piccole battaglie, nelle due regioni e nella zona irpina si contano piú di 650 scontri. Crocco e i suoi leggendari patrioti e cavalieri iniziano una guerriglia che li vede spaziare da Lecce fino al Trigno, ai confini con l’Abruzzo, dal Sinni fin quasi a Benevento. Per l’elefante piemontese non esisteva luogo sicuro che non sia quello dietro le alte e protettive mura dei centri abitati. Le mura di Accadia risuonano ancora delle grida di terrore dei Lancieri di Montebello: gli zoccoli dei famosi cavalli pugliesi calpestano piú volte le odiate divise di chi credeva in una facile passeggiata. Da Accadia Crocco si sposta velocemente colpendo pesantemente lungo il suo cammino le truppe di Corato, Gravina, Altamura. Con il gruppo di combattimento di un altro leggendario eroe, il Sergente Romano, assedia Gioia del Colle sfidando i terrorizzati piemontesi ad uscire fuori dalle mura cittadine, ma invano perché quei codardi assassini combattono solo se in numero almeno tre volte superiore ai Duosiciliani. C’è da dire ancora che gli spostamenti fulminei di Crocco disorientano i piemontesi. Da Gioia del Colle Crocco punta attraverso i feudi di Grumo, Cassano e Santeramo nei boschi di Mottola, poi da qui risale per Laterza e Ginosa fino a Craco. Il 1° marzo Crocco riunisce le sue truppe nel bosco di Metaponto, presso la foce del Basento, insieme a quelli di Summa, Coppa, Giuseppe Caruso e Cavalcante, per attendere uno sbarco di truppe legittimiste spagnole e austriache. Il Comitato Borbonico in Roma aveva elaborato un piano basato sull’ipotesi che le truppe piemontesi, richiamate dalle conseguenti azioni del Crocco, avrebbero lasciato sguarnito il confine pontificio, permettendo al Tristany di attaccare Avezzano con duemila uomini per invadere poi gli Abruzzi. Tuttavia una spia infiltrata, Raffaele Santarelli, fece conoscere in tempo il piano ai piemontesi, che prendono contromisure sia navali, con la flotta di Taranto, sia per via terrestre con un concentramento di bersaglieri e cavalleggeri. Per cui Crocco, dopo alcuni giorni di inutile attesa, si dirige verso Ferrandina dove si scontra e massacra una compagnia del 30° Rgt. Ftr. In seguito viene attaccato al ponte S. Giuliano, sul Bradano, dal 36° Rgt. Ftr. che viene messo in fuga, ma subisce alcune perdite. Nei giorni successivi, l’8 marzo, a S. Pietro di Monte Corvino, avviene un altro scontro: i piemontesi sono costretti alla fuga lasciando sul terreno numerosi morti. Il giorno dopo Crocco sconfigge anche alcuni reparti di guardie nazionali alla masseria Perillo, nei pressi di Spinazzola, uccidendone dieci, compreso il comandante, maggiore Pasquale Chicoli, un traditore che aveva formato il governo provvisorio di Altamura, ancora prima dell’arrivo delle carogne garibaldesi. In quel mese gli scontri sono quasi quotidiani e tra gli episodi piú importanti sono da ricordare quello del 17 marzo, quando la banda di Michele Caruso stermina alla masseria Petrella (Lucera) un intero distaccamento di 21 fanti dell’8° Rgt. Ftr., comandato dal capitano Richard. Il 31 marzo ad Ascoli di Capitanata il raggruppamento di Crocco sconfigge in combattimento i bersaglieri e i cavalleggeri del colonnello Del Monte che subiscono perdite devastanti in morti e salmerie. Lo stesso giorno, mentre a Poggio Orsini, presso Gravina, i piemontesi mettono in fuga un centinaio di patrioti, nel territorio tra Deliceto e Stornarella il gruppo di Coppa assale un reparto dei Cavalleggeri "Lucca" di cui massacrano 17 lancieri. Ai primi di aprile il raggruppamento di Crocco subisce alcune perdite in uno scontro tra Ascoli e Cerignola con la legione ungherese. Dopo altri brevi scontri, il 7 aprile Crocco, nel territorio tra Calitri e Carbonara, assale e sconfigge due drappelli del 6° Rgt. Ftr. Restano sul terreno una ventina di piemontesi e vengono catturati molti prigionieri. L’8 aprile i gruppi di Coppa e Minelli vengono assaliti di sorpresa e circondati: si hanno 40 morti, 21 fucilati dopo la cattura ed altri 42 uccisi mentre "tentavano la fuga". Intanto, in seguito alle brucianti sconfitte subite nel mese di marzo, il generale Mazé de la Roche sostituisce il generale piemontese Seismit-Doda, che in seguito viene posto sotto inchiesta dal gen. La Marmora con l’accusa di vigliaccheria. Il "coraggioso" Mazé, appena insediato, ordina l’arresto dei parenti dei guerriglieri Duosiciliani fino al terzo grado, fa fucilare ogni "sospetto" e fa deportare migliaia di persone. Poi, per tagliare i rifornimenti ai guerriglieri, fa incendiare i pagliai, murare le porte e finestre delle masserie e arrestare tutte le persone che circolavano fuori degli abitati. Istituisce, inoltre, delle taglie sui patrioti Duosiciliani cosí ammonendo: "Premi a taglia ben concretata in modo che ogni testa di brigante sia come un biglietto di banca immediatamente esigibile" (C.P.I.B., deposizione del 22.1.1963). Queste nuove barbare disposizioni rafforzano la voglia di combattere dei patrioti e gli assalti di una ferocia inaudita ai reparti piemontesi ed alle manutengole guardie nazionali non si contano. Intere cittadine vengono assediate e conquistate. Il nemico subisce un continuo stillicidio di morti e una lotta senza quartiere, tanto che nei giorni tra il 3 ed il 5 agosto gli squadroni di ussari della Legione ungherese, stanziati a Lavello, Melfi e Venosa, marciano di propria iniziativa per concentrarsi a Nocera. La loro è un’aperta ribellione alla conduzione di questa guerra che li vede solo come carnefici. Vengono bloccati e disarmati senza che oppongano resistenza, poi vengono imbarcati a Salerno e portati in un campo di concentramento in Piemonte. Il 20 agosto La Marmora è costretto a proclamare lo stato d’assedio per tutto il territorio delle Due Sicilie, ma ciò nonostante continua la mattanza per tutto l’anno. È da ricordare il massacro di 200 piemontesi del 36° Rgt. Ftr., uccisi in combattimento il 4 novembre a S. Croce di Magliano nel Molise dai gruppi di Crocco e di Michele Caruso. Un ufficiale del 36°, il capitano Rota, addirittura si suicida. Nei giorni immediatamente successivi viene assalito a Poggio Imperiale un plotone del 55° Rgt. Ftr. e da guardie nazionali, e solo in pochi riescono a salvarsi con la fuga. Verso la fine del 1862, nonostante lo stato d’assedio con ben 60.000 soldati in assetto di guerra stanziati in ogni centro, i briganti piemontesi non riescono a contenere la guerriglia. "La Marmora e le alte gerarchie dell‘esercito avevano capito per tempo che il "brigantaggio" era imbattibile sul mero terreno militare..." (Molfese, pag. 185). Lo stato d’assedio e la sua applicazione inducono i militari a puntare piú che sulle azioni militari, sul terrorismo da riversare sulla popolazione civile con l’obiettivo di isolare i combattenti Duosiciliani. Nisco in una lettera denuncia a Ricasoli (denuncia presentata al … boia) che: "… ufficiali dei vari reparti si dedicavano al taglieggiamento dei presunti reazionari, si dedicavano alla rapina e al saccheggio di case private e chiese. E, che in un processo (burla) celebrato contro il Magg. Guardi, questi dichiarò che l‘ordine di taglieggiare era venuto dal Magg. Du Coll del 61° Rgt. Ftr." (T. Pedio, Reazione alla politica …, Potenza 1961).

Anno 1863

 Il 1863 è ricordato per la recrudescenza delle azioni militari condotte dagli insorgenti contro gli invasori: lo stato d’assedio e le fucilazioni sommarie rendono gli eroici ed isolati combattenti Duosiciliani sempre piú decisi a vendere la pelle a caro prezzo. Il 2 e 3 gennaio i gruppi di Schiavone e Andreotti vengono assaliti dal 13° e 20° Rgt. Ftr. presso S. Agata di Puglia, ma riescono a sganciarsi senza danni. Nel bosco della Corte, sulle Murge di Vallata in terra di Bari, uno squadrone cavalleggeri "Saluzzo" il 5 gennaio sorprende presso la masseria Monaci il gruppo del leggendario sergente Romano, che nella feroce battaglia viene ucciso a sciabolate con altri 22 patrioti. Altri due sono catturati e fucilati sul posto. Il corpo dell’eroico Sergente Romano viene esposto dagli assassini nordisti "alla pubblica indignazione" nella piazza di Gioia del Colle, ma i suoi resti martoriati vengono pietosamente sepolti due giorni dopo dalla stessa popolazione. Come raccontano le cronache di quei giorni, tutti gli abitanti erano venuti in pellegrinaggio a vedere per l’ultima volta il loro eroe, gli uomini commossi si scoprivano il capo e le donne s’inginocchiavano piangenti. Ma gli scontri si susseguono incessanti e feroci: il 20 gennaio alla Difensola sul Fortore con i cavalleggeri "Lucca" (sono uccisi 1 ufficiale e 12 cavalleggeri); il 23 gennaio a Greci (numerose guardie nazionali sono massacrate). I gruppi di Ninco-Nanco e Coppa sono assaliti il 31 gennaio da due compagnie di bersaglieri e di fanteria e da un reparto di guardie nazionali nei boschi di Lagopesole, dove restano uccisi 11 uomini ed è catturata una partigiana. Il giorno dopo un plotone del 46° fanteria circonda la banda partigiana di Giuseppe Caruso nel bosco di Montemilone, ma i piemontesi, dopo aver subito molte perdite, sono costretti a ritirarsi . I lavori della ferrovia Pescara-Foggia, allora in costruzione, nonostante l’incessante pattugliamento dei piemontesi, vengono fermati dai continui assalti dei patrioti: numerosi sono gli operai del nord e le guardie che vengono uccisi ogni giorno. Il Ten. Savi, dei carabinieri di Lucera, il 14 febbraio telegrafa: "… il brigantaggio fa strage … lo spirito pubblico è molto abbattuto" (C.P.I.B. del 14.2.63). Nel Melfese a Lagopesole in febbraio i gruppi di Coppa e N. Summa respingono una incursione di due battaglioni di bersaglieri e di un battaglione di guardie nazionali. Il 10 febbraio un reparto del 13° fanteria, comandato dal tenente Pannunzi, si dà alla fuga senza nemmeno tentare di intervenire in uno scontro a Cirigliano tra patrioti e guardie nazionali, che vengono tutte massacrate. Lo stesso giorno a Gagliano, il comandante "Sturno", insieme con altri quattro patrioti con i fucili spianati, si recano spavaldamente in un caffè situato proprio davanti al corpo di guardia della guardia nazionale, che impaurita si rinserra nella casermetta. Accorre tuttavia dal vicino paese di Alessano una pattuglia di carabinieri, che però è messa in fuga dal violento fuoco dei patrioti. Schiavone attacca con successo il 4 marzo Ginestra degli Schiavoni, al confine con la Capitanata, ma il 9 è respinto in Accadia. Nei pressi della masseria Catapano, tra Melfi e Venosa, un battaglione di bersaglieri ed il 4° ed il 21° squadrone cavalleggeri "Saluzzo" sono sconfitti il 12 marzo dalle forze riunite di Crocco, Ninco-Nanco, Caruso, Coppa e Gioseffi. Il tenente Giacomo Bianchi ed il sergente polacco Lechtiscki vengono decapitati e le loro teste sono esposte con una pietra tra i denti nella masseria Araneo con un cartello: "Vendicati i morti di Rapolla", quelli cioè del gruppo Petrone decimati e martoriati nel novembre 1862 da quegli stessi cavalleggeri. Non mancano i traditori, come un tale Gennaro Aldinio che per ottenere la carica di "ricevitore del fondaco delle privative di Lagonegro" fa catturare l’eroico Pasquale Cavalcante, famoso per le sue azioni di cavalleria. Il Cavalcante era di Corleto Perticara (PZ) e verrà fucilato a Potenza il 1° agosto del 1863. Le sue ultime parole furono: "... Merito anche pietà e perdono, perché contro mia indole mi hanno spinto al delitto. Ero sergente di Francesco II e ritornato a casa come sbandato, mi si tolse il bonetto, mi si lacerò l‘uniforme, mi si sputò sul viso...". Per impedire ai patrioti di trovarvi rifugio, verso il 20 maggio, vengono bruciati migliaia d'ettari di bosco nei pressi di Monticchio. Sono inviati nei territori Napolitani altri 1.252 carabinieri a piedi e 171 a cavallo. Schiavone e Caruso si dirigono il 22 giugno 1863 con tutte le loro forze verso Benevento, ma a Camporeale non riescono a scacciare i bersaglieri del 22°. Nel ritirarsi verso il bosco di Vetruscelli, sorprendono un altro reparto del 22°, che però viene salvato da un sicuro massacro per l’intervento di bersaglieri e guardie nazionali. Il giorno dopo, mentre ripiegano, assalgono nuovamente, nei pressi di Orsara, reparti di fanteria, carabinieri e guardie nazionali, infliggendo dure perdite al nemico; massacrano anche il sindaco collaborazionista, il capo delle guardie nazionali ed altri 21 militi. A Benevento, ora la paura è tale che il prefetto Sigismondi, terrorizzato, "autorizza" alcuni possidenti a pagare un contributo di 50.000 ducati richiesti dagli insorgenti per le spese di guerra. Il 13 agosto 1863 Vittorio Emanuele, a causa della insostenibile situazione dei territori occupati, valuta seriamente l’opportunità di abbandonare l’ex Regno delle Due Sicilie, ma il 15 agosto, con decreto nr. 1414 ratificato il 20 agosto, entra in vigore la famigerata legge "Pica" nr. 1409 ("legge terribile, dai procedimenti sbrigativi e sommarii…, strumento di dispotismo arbitrario e furibondo" — Enciclopedia Treccani), che mette in moto un meccanismo infernale, causando molte vittime innocenti e disumani patimenti alle popolazioni Duosiciliane. La legge prende il nome da un ascaro abruzzese e viene firmata da altri 41 deputati per la maggior parte meridionali, tra i quali pare giusto ricordare ad eterna infamia: Massari, Nisco, De Cesare, Barracco ed altri personaggi, che avevano lucrato vantaggi con l’annessione delle Due Sicilie al piemonte. Nel giro di poche settimane vengono eseguiti 12.000 arresti nelle sole Puglie e Basilicata. Le isole di Gorgona, Elba, Capraia e Giglio diventano campi di concentramento. Viene reso legale ciò che prima veniva fatto senza legge. Mogli di insorgenti vengono condannate ai ferri a vita, fanciulle inferiori ai 12 anni, figlie di patrioti, subiscono condanne a 10 o 15 anni. Vengono istituiti i Tribunali Militari Criminali di Potenza, Foggia, Avellino, Caserta, Campobasso, Gaeta, L’Aquila, Cosenza, che si aggiungono a quelli già operanti di Bari, Catanzaro, Chieti e Salerno. I 5 componenti il collegio giudicante sono tutti ufficiali piemontesi e mediamente un caso viene esaminato e sentenziato in 6 minuti. Viene dichiarato "in stato di brigantaggio" tutto il Mezzogiorno, tranne Teramo, Napoli e Reggio Calabria. Viene aumentato di altre 20.000 uomini il contingente militare di occupazione e rafforzate le collaborazioniste guardie nazionali, reclutate nella feccia della popolazione. La maggior parte dei 620 mandamenti amministrativi delle "provincie meridionali" è affidata a funzionari di pubblica sicurezza piemontesi. La magistratura viene epurata e vengono deposti o trasferiti al nord quasi l’80% dei magistrati, nominando al loro posto soltanto personaggi favorevoli agli occupanti, compresi i giurati che sono designati dai prefetti piemontesi. Crocco il 25 agosto si incontra con il generale Borgognini, comandante del 62° fanteria, che vuole convincerlo a costituirsi. Crocco, insieme a Ninco-Nanco e ad altri comandanti patrioti, valutano seriamente questa possibilità e si recano a Rionero, dove sono accolti trionfalmente dalla popolazione ed anche dalle autorità, che, rassicurandoli sulla buona fede del governo, rilasciano loro anche dei salvacondotti. Tuttavia il comportamento ambiguo del prefetto della Basilicata, Bruni, rafforza la diffidenza dei patrioti che rientrano nelle loro zone operative. E la lotta per l’indipendenza riprende piú feroce che mai. Centinaia sono i combattimenti sostenuti dai partigiani in questi ultimi mesi del 1863, ma subiscono duri contraccolpi. In ottobre del 1863 si ha un nuovo tentativo da parte del Comitato borbonico romano di organizzare una sommossa. Il piano, tuttavia, viene intercettato dalle spie di Lamarmora. Esso prevedeva che una colonna avrebbe dovuto invadere gli Abruzzi, una seconda sbarcare in Sicilia e una terza partire da Venezia per sbarcare a Manfredonia. Crocco si trasferisce nelle Puglie per attendervi lo sbarco. In quel mese i gruppi patrioti di Caruso sostengono oltre una trentina di combattimenti con alterne vicende, ma il 23 ottobre sono sorpresi nel bosco di S. Angelo, dove negli scontri perse la vita il luogotenente Varanelli. Presso Gravina Crocco è attaccato il 17 novembre dal 15° e 24° fanteria, ma riesce a sganciarsi perdendo solo nove uomini. In queste occasioni si distinguono particolarmente alcune donne partigiane, come la bella Elisa (la regina delle montagne), la Cedrone (poi massacrata in un agguato), Generosa Cardamone di Catanzaro. Il primo dicembre Crocco sostiene vittoriosamente uno scontro con reparti piemontesi alla masseria S. Vittore. Il giorno 5 il Ministro guardasigilli piemontese inviò una circolare a tutti i vescovi delle Due Sicilie, invitandoli a "convincere i briganti" a desistere dalle loro azioni. Il 6 dicembre i patrioti di Caruso vengono attaccati dai bersaglieri presso la masseria Bianco, dove muoiono 7 uomini, ma Caruso riuscí a fuggire. Il 10 dicembre, però, a causa di una delazione Caruso è catturato in una cascina a Molinara. Il 12 dicembre, dopo un processo farsa, Michele Caruso, viene fucilato fuori porta Rufina a Benevento.

Anno 1864

Nel Melfese, il prefetto piemontese Veglio, ordina che tutto il bestiame e le scorte di cereali e di foraggi vengano ritirati dalle masserie e concentrati nei paesi allo scopo di affamare i patrioti. L’ordinanza provoca numerosi tumulti, ma costringe i patrioti di Crocco ad abbandonare la zona del Vulture. L'occupazione piemontese incomincia a produrre i suoi malefici effetti: dovunque nelle Due Sicilie è desolazione e miseria. Il commercio viene fatto a livello di baratto e l'agricoltura è in totale crisi. In Terra d’Otranto i patrioti attaccano il 27 gennaio il paese di Palagianello, tra Matera e Taranto, per procurarsi mezzi di sostentamento, ma gli stessi cittadini, per la prima volta, li respingono per il terrore delle devastazioni che dopo avrebbero compiute i piemontesi. Nei primi di marzo a Tricarico la banda di Nicola Summa (Ninco-Nanco) cade in un agguato delle guardie nazionali che gli uccidono il fratello e catturano la sua bellissima amica partigiana, appena diciottenne, Maria Dinelli, rimasta ferita negli scontri. Il comandante Summa riesce a fuggire, ma la ragazza viene barbaramente torturata. Dopo qualche giorno, è catturata anche la sua compagna, l’eroica Filomena de Vito di Grassano. Febbricitante e distrutto nel morale, Summa viene catturato il 13 marzo nei pressidi Avigliano e immediatamente fucilato. Nelle sue memorie Crocco avrà parole commoventi per Summa, ricordando il coraggio e l’abnegazione dimostrata nella lotta per l’indipendenza delle Due Sicilie. Reparti del 22° e del 62° fanteria e uno squadrone cavalleggeri accerchiano il 20 marzo in territorio di Stigliano i gruppi patrioti di Masini e rimangono uccisi nei combattimenti i comandanti Egidione, Canosa e Percuoco. In aprile è instaurato un vero e proprio clima di terrore con soprusi di ogni genere, per cui diventa molto difficile per i patrioti ricevere aiuto e sostentamenti dalla popolazione. I bersaglieri distruggono il piccolo gruppo di partigiani di Marciano presso Rocchetta S. Antonio. Crocco, unitamente al gruppo di Totaro, cerca di spezzare questo assedio assaltando un distaccamento del 33° bersaglieri alla Rendina, ma il 29 aprile è costretto a ripiegare, perdendo cinque uomini. Il 28 maggio Crocco, nel bosco di Lagopesole, presso il Casone Sifandi, sorprende un distaccamento del 1° fanteria, uccidendo sette soldati. Solo l’arrivo del 35° bersaglieri evita che gli altri 23, ormai accerchiati subiscano la stessa fine. Durante il ripiegamento i partigiani sorpresero presso S. Fele anche una pattuglia del 2° fanteria, che subí la perdita di cinque uomini. Il generale Franzini con 15 cavalleggeri "Lucca" e 50 granatieri s’imbatte il 30 maggio al ponte della Vunghia con i patrioti di Crocco, che gli infliggono molte perdite. Crocco, tuttavia, perde tre uomini a cui i piemontesi tagliano le teste, che portano, impalate, a Ripacandida per esporle come monito alla popolazione. A Toppa de’ Cillis un distaccamento di 30 soldati del 2° fanteria, di scorta a una corriera, decide di attaccare il 2 giugno i partigiani di Crocco, ma nello scontro vengono in gran parte trucidati. Crocco perde un solo uomo, che viene fatto prigioniero e subito fucilato. Il generale Franzini viene sostituito nel comando dal generale Pallavicini, marchese di Priola, che si insedia a Melfi, avendo a sua disposizione tre battaglioni bersaglieri, quattro di fanteria, vari squadroni cavalleggeri "Monferrato", "Lucca" e "Lodi". I suoi primi atti sono quelli di arrestare tutti i parenti o amici di quelli che riteneva patrioti. Poi, usa una nuova tattica, facendo circondare all’alba i paesi e facendo perquisire brutalmente ogni casa. Dà ordine che chiunque deve andare nei campi deve essere munito di uno speciale permesso, altrimenti sarà fucilato. Crocco risponde frazionando e ricomponendo i suoi uomini in gruppi mobilissimi e inafferrabili. Piú tardi, molto piú tardi e in gran segreto, il Pallavicini definisce Crocco " … dotato di vere qualità militari". Crocco è sempre padrone del territorio, nessun generalone piemontese, pur con migliaia di soldati e con un apparato repressivo di una durezza estrema, potrà mai vantarsi di averlo battuto. Il tradimento di Giuseppe Caruso, uno dei suoi piú stretti collaboratori, gli farà decidere l’abbandono della lotta. Le informazioni di Caruso sono preziose per gli invasori e non c’è piú alcun rifugio sicuro per i patrioti. Per ben due volte, subendo forti perdite in uomini e mezzi, Crocco riuscirà a sfuggire agli agguati tesi dai savoiardi a Monte Caruso e sul medio Ofanto. Nelle sue memorie Crocco scrive della sua decisione in modo doloroso: "… dopo aver perduto i migliori fratelli, riunii i piú fidi al bosco di Sassano per combinare sul da farsi. Furono vari e disparati i pareri, e tra tanti, prevalente per numero, quello di riunirsi compatti contro Caruso" e ancora: "Di parere contrario, per la difficoltà di stare raccolti in forte massa, senza incappare continuamente nella forza, feci nota la irremovibile decisione presa di ritirarmi in Roma lasciando ognuno libero di sé" (Memorie, pag. 129). Crocco, il 28 luglio, si avvia verso Roma con 12 uomini fidati. La sera attraversano la strada rasente le mura di Lacedonia, poi arrivano ad Ariano di Puglia. Percorrendo centinaia di chilometri ed eludendo le fitte pattuglie di piemontesi, arrivano prodigiosamente sul confine pontificio. Crocco con i suoi arriva a Veroli il 24 agosto, ma è rimasto con soli 4 uomini; gli altri, ammalatisi, sono stati catturati e subito fucilati dai piemontesi. Evitando le truppe francesi, Crocco si consegna alle truppe pontificie e viene incarcerato nelle Nuove e poi a S. Michele a Ripa. Nel 1867 dopo essere stato per un breve periodo trasferito a Marsiglia per essere instradato in Nord Africa, Napoleone III lo rinvia di nuovo al Papa, che lo fece incarcerare a Paliano. Qui lo trovano nel settembre del 1870 gli assassini piemontesi che hanno invaso anche lo Stato pontificio. Condannato a morte nel 1872, viene graziato nel 1874 dal Vittorione e la pena viene tramutata nel carcere a vita. Trascorre cosí altri 30 anni, scrivendo anche le sue memorie. Muore nel carcere di S. Stefano il 28 giugno del 1905.

Anno 1999

La guerra di resistenza duosiciliana contro gli invasori nordisti continua per tutto il decennio, ma la mancanza di un grande capo carismatico come Crocco fa venir meno l’amalgama tra i vari gruppi di combattimento, che si spezzettano in mille rivoli. Questo però non fa venir meno la lotta contro gli assassini e rapinatori nordisti, una lotta che divenuta ormai impari va esaurendosi fino agli ultimi episodi del 1874. L’unica via per la libertà resta l’emigrazione, o meglio, l’esilio, ma i nostri buoni borghesi si lamentano non che si emigri, ma che l’agricoltura perde le braccia. Il noto economista sen. Alessandro Rossi si lamenta poi dei noli perduti perché "un gran numero di emigranti parte sui piroscafi stranieri", come l’avaro sul letto di morte che rimpiange le spese della sepoltura e non la perdita della vita (De Jaco, pag. 136). Gianni De Vita, alias Totaro, il luogotentente di Crocco, durante lo svolgimento del processo che lo vede condannato ai lavori forzati a vita esprime in una frase tutto ciò che il nuovo ordine politico rappresenta per il Popolo Duosiciliano: "Fummo calpestati e ci vendicammo". L’ultimo atto di ribellione, individuale, avviene a Napoli il 17 novembre del 1878 contro l’Umbertone di Savoia, re da meno di un anno. Egli stava percorrendo in carrozza Via Toledo assieme alla regina ed al presidente del Consiglio Benedetto Cairoli, quando un giovane balza sul predellino per pugnalarlo. Il colpo prende solo di striscio il braccio del re piemontese e ferisce alla gamba il Cairoli. L’attentatore, Giovanni Passanante di 29 anni, proviene da Salvia di Potenza: vuole vendicare gli omicidi e le efferatezze commesse dai nordisti nelle sue terre, dove il ricordo di quelle orribili stragi è ancora molto vivo. Subito catturato, dopo un sommario processo, per nascondere alla pubblica opinione i motivi del suo gesto, viene prima trasferito nell'isola d'Elba e poi internato in un manicomio a Montelupo, dove morirà. Alla cittadina di Salvia di Potenza viene imposto per sfregio di cambiare il nome in Savoia di Potenza, nome che l’offende ancora oggi. E oggi la guerra contro il popolo delle Due Sicilie continua ancora, non piú con le armi, ma con qualcosa di peggio: la nostra storia è continuamente cancellata e mistificata, calpestata la nostra dignità, agli assassini della nostra Patria sono intitolate le nostre strade e piazze, e tutto questo abbrutisce la coscienza della nostra gente che non si ribella piú, manovrata com’è dai "galantuomini", i traditori di sempre che vendono tutti noi per i loro squallidi privilegi. Un tumore devastante vive nelle coscienze di molti di noi.

 

*********************************************************************************

La storia vista dall'altra parte (per cercare di capire) 
La lotta armata nel Sud, le bande contro e l'esercito del Regno, 
tutto trae origine da un grave disagio sociale 
IL BRIGANTAGGIO 
LA BORBONICA GUERRA PER BANDE 
di Orazio Ferrara 

" Viva 'o re" fu il grido con cui i reggimenti napoletani del "felicissimo Regno delle due Sicilia" usavano andare all'assalto. 

Questo grido risuonerà rauco e disperato nelle terre del Sud anche dopo l'annessione al Regno d'Italia. A gridarlo saranno bande di irregolari, per lo più ex soldati dell'esercito borbonico, che non intendono arrendersi. 
Sono i romantici disperati dell'ultima barricata, malgrado tutto sia irrimediabilmente perduto. Per essi non ci sarà né onore né gloria, ma soltanto una crudele guerra per bande. 

" Brigantaggio" lo chiameranno sprezzantemente i Piemontesi. E con il termine "briganti" i legittimisti saranno consegnati alla Storia. Il "vae victis" di Brenna non è soltanto un aneddoto storico, è una costante nella storia dell'umanità. I vinti passeranno alla storia sempre e soltanto attraverso le pagine scritti dai vincitori e dovranno sempre giustificare il perché si siano battuti "per la parte sbagliata". 

Dunque, briganti ! Dopo averli massacrati si cercò quindi di liquidarne definitivamente la memoria storica con la taccia infamante di essere banditi da strada. Per questi motivi l'ossequiente storiografia ufficiale ha sempre etichettato per il passato, salvo rare e lodevoli eccezioni quali un Alianello e la sua "Conquista del Sud", ricca di spunti di riflessioni, con lo spregevole termine di "brigantaggio" quel decennio di storia italiana delle provincie meridionali, che seguì alla caduta del Regno delle Due Sicilie. 

Eppure in quel complesso fenomeno politico-militare si riversò di tutto. Da certo brigantaggio vero e proprio, secolare male endemico per le nostre contrade, alla resistenza popolare di fronte ai "diversi" Piemontesi, che avevano portato tra l'altro nuove e pesanti tasse e l'odiosa coscrizione obbligatoria, per finire all'idealismo di giovani ufficiali e soldati dell'ex esercito borbonico, irriducibili innamorati, "patuti" con voce popolare, della bianca bandiera gigliata, a cui un giorno avevano giurato eterna fedeltà. 

In questo esplosivo, e a volte sanguinoso, cocktail, accanto ad avanzi di galera e grassatori analfabeti, che non poche volte però riscattano il proprio passato con una morte onorevole, si riscontrano luminose figure di veri e propri "combattenti politici". Sono quest'ultimi a dare il sapore di epopea popolare alla sudista guerra per bande. 
Essi non hanno letto né tantomeno studiato Clausewitz, ma la guerra o per meglio dire la guerriglia sanno farla. E bene anche. Molti capibanda legittimisti si fanno ripetutamente beffa dei migliori strateghi avversari. 
Questa volta i meridionali si battono bene, li guidano capi decisi e non titubanti traditori. Viene così smentita clamorosamente la diceria che i Napoletani siano "cattivi e vili combattenti". D'altronde i Piemontesi se ne 
sono già accorti alla sanguinosa battaglia del Volturno, quando l'armata di Francesco II ha dimostrato di non essere un esercito di parata o da operetta. Le migliaia di morti e feriti d'ambo le parti, contati dopo la 
cruenta battaglia, testimoniano che ai Napoletani è mancata la fortuna non il valore. 

Anche la guerriglia esige un altissimo tributo di lacrime e di sangue. Da tutti, dai legittimisti e dagli "invasori", ma soprattutto dalle popolazioni meridionali, che parteggiano in maggioranza per i primi. 
I capi delle bande, dai soprannomi impossibili, quali solo la fantasia popolare può inventare (Pizzichicchio, Cicquagna, Pirichillo, Coppa, Diavolillo, Pilone, etc), provengono nella quasi totalità dai quadri del disciolto esercito borbonico. Dunque soldati del re ancora in armi, malgrado il " tutti a casa", che segue fatalmente ad ogni definitivo tracollo militare. Essi sono capi amati e rispettati, e perché no temuti, ma sempre per libera scelta da parte di tutti gli altri componenti. La scelta, trattandosi di formazioni volontarie, ricade sempre, e non può essere altrimenti, sui più abili, determinati e coraggiosi. 

Lo spontaneismo che si osserva nella strutturazione delle bande non significa assolutamente anarchia. Come ogni vero gruppo di combattimento che si rispetti, in esse regna una ferrea disciplina militare, cosa d'altronde più che logica in quanto ne va della sopravvivenza stessa dei componenti. 
Disciplina e organizzazione militare più che efficienti, come hanno riconosciuto rigorosi storici, che non si può certo accusare di essere corrivi al fascino del "mito sudista". Dell'esistenza di questa rigida disciplina ne sono prova le pagine del diario scritto dal Sergente Romano, alias Pasquale Domenico Romano, Primo Sergente ed Alfiere nella I Compagnia del V Reggimento di linea borbonico. Uno dei migliori capibanda, che 
scorrazza con i suoi 500 uomini a cavallo nelle pianure pugliesi. 

Gli stessi storici sono stati costretti ad ammettere che la tanto vituperata "ferocia sanguinaria" dei cosiddetti briganti è dovuta alle piccole bande di malfattori, che vivono come parassite ai margini delle grandi bande 
legittimiste. Formate per lo più da delinquenti comuni, approfittano del caos di quei tempi burrascosi per meglio perpetrare i loro delitti, ammantandoli di una falsa coloritura politica. 
Le razzie, i saccheggi, le uccisioni e i sequestri compiuti anche dalle bande legittimiste rispondono quasi sempre alle tragiche necessità della guerriglia e dell'autofinanziamento. 
Il segreto del successo per cui i ribelli tengono per così lungo tempo in scacco notevoli forze avversarie sta nella perfetta conoscenza del terreno, nella loro straordinaria mobilità, nella copertura, che spesso rasenta la complicità, delle popolazioni. Non solo le montagne e i boschi, luoghi naturalmente elettivi per ogni forma di guerriglia, sono teatro delle loro gesta. Anche in campo aperto, come le vasti distese della Puglia, i legittimisti dimostrano un buona padronanza della tattica militare, tanto da impegnare in combattimenti frontali interi reparti della cavalleria sabauda, tra i quali i lancieri di Montecelio e i Cavalleggeri di Saluzzo. 

La carta decisiva e vincente della mobilità fa sì che il combattente legittimista viva praticamente sempre in marcia. Spesso egli, per più giorni, forma un tutt'unico con la propria cavalcatura, bardata con la doppia bisaccia, in cui trovano posto i pochi viveri e le preziose munizioni. Non è eccezionale per le bande percorrere senza soste, in solo dodici ore e di notte, anche 50 miglia su terreno impervio. Se al frugale 
desinare e al poco riposo, aggiungiamo il clima inclemente e rigido, che nella stagione invernale investe le zone montuose interne del Meridione, ci si rende conto quale tempra di uomini fossero i combattenti filo-borbonici. 
E si capisce del perché fosse necessario anche una dura disciplina e la presenza di un capo carismatico, riconosciuto spontaneamente per tale da tutti, per superare, senza gli inevitabili sbandamenti e diserzioni, i molti momenti di stanchezza e di sconforto. Ma soprattutto si capisce quale genuina idealità animasse il grosso delle formazioni ribelli. 
La flessibilità del numero degli elementi formanti una banda è un'altra caratteristica degna di menzione. Al nucleo originario, che costituisce lo zoccolo duro della resistenza, si aggrega nella stagione propizia, 
soprattutto nei primissimi anni successivi al 1860, altra gente, contadini quasi sempre, che fanno bravamente la loro guerra contro i nemici di re Francesco. 

Malgrado le inevitabili rivalità esistenti tra di loro, non sono poche le volte in cui diverse bande si concentrano in un'unica grossa forza da battaglia per colpire più duramente il nemico. Raggiunto lo scopo, ci si disperde rapidamente, riformando i gruppi originari. Normalmente la tecnica di combattimento è quella di sempre della guerriglia. Imboscate, attacco ai fianchi di colonne in marcia, rapide incursioni con ancor più rapide ritirate sulle montagne. 
Come tutti i combattenti irregolari i legittimisti non hanno una vera e propria divisa, anche se qualcuno indossa ancora orgogliosamente qualche vecchio e lacero capo della divisa dell'ex reggimento borbonico in cui ha militato. Quasi tutti però portano il cappello nero a larghe tese ornato da un nastro rosso. I capibanda più famosi ostentano sul petto le onorificenze concesse dal sovrano borbonico in esilio. Anche le bandiere di combattimento sono le più diverse e fantasiose. Accanto all'immancabile ed amata bianca bandiera gigliata, sventolano colorati stendardi con diafane figure di santi protettori e di bellissime madonne. 
Nella sudista guerra per bande anche la fede va in battaglia. 
Orazio Ferrara 
(Tratto dal libro dello stesso autore Viva 'o Rre. Episodi dimenticati della 
borbonica guerra per bande - Centro Studi I Dioscuri, 1997, vincitore 2° 
posto saggistica politica del Premio Internazionale Letterario Tito Casini 
di Firenze Edizione 1997) 
------------- 
L'autore: 
Orazio Ferrara, è nato a Pantelleria (1948), vive a Sarno in provincia di Salerno. Scrittore e saggista, ha pubblicato i volumi Parole sudiste, d'amore e altre ancora (1978), Storie Sarnesi (1993), Paputi un mito antico (1994), Arcaiche radici e diafane presenze (1995), Un capitano d'industria nella Valle del Sarno (1995), Il mito negato (1996), Sarno guida alla città 
(1996, con altri autori), Viva 'o Rre. Episodi dimenticati della borbonica guerra per bande (1997, vincitore 2° posto saggistica politica del Premio Internazionale Letterario Tito Casini di Firenze Ed. 1997), Il Celeste Patrono della Gente di Mare. San Francesco da Paola (1997), L'antica terra murata della città di Sarno: San Matteo (1998), I Signori del mare. Appunti per una storia delle antiche marinerie (1998), Un ragazzo di piazza Croce. 
Contributo per un processo di beatificazione (2003). E' redattore dei periodici locali La Voce ed Eventi, collabora a diverse riviste e giornali a diffusione nazionale, tra cui L'Alfiere, il mensile Storia del Novecento e la bilingue Santini & Similia. Dirige il Centro Studi di Storia, Archeologia e Araldica I Diòscuri. 
I BRIGANTI? VI DICO IO CHI SONO! 
PULIZIA ETNICA PIEMONTESE NEL SUD 
L'INSABBIAMENTO CULTURALE DELLA "QUESTIONE MERIDIONALE"

Ultimo aggiornamento (Sabato 02 Aprile 2011 11:39)

Chi è online
 24 visitatori online