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E intorno a noi il timore e la complicità di un popolo. Quel popolo che disprezzato da regi funzionari ed infidi piemontesi sentiva forte sulla pelle che a noi era negato ogni diritto, anche la dignità di uomini. E chi poteva vendicarli se non noi, accomunati dallo stesso destino? Cafoni anche noi, non più disposti a chinare il capo. Calpestati, come l'erba dagli zoccoli dei cavalli, calpestati ci vendicammo. Molti, molti si illusero di poterci usare per le rivoluzioni. Le loro rivoluzioni. Ma libertà non è cambiare padrone. Non è parola vana ed astratta. È dire senza timore, È MIO, e sentire forte il possesso di qualcosa, a cominciare dall'anima. È vivere di ciò che si ama. Vento forte ed impetuoso, in ogni generazione rinasce. Così è stato, e così sempre sarà... » 
(Carmine Crocco) 


 

Carmine Crocco, detto Donatelli (Rionero in Vulture, 5 giugno 1830 – Portoferraio, 18 giugno 1905), è stato un brigante italiano, tra i più noti e rappresentativi dell'intero fenomeno. Soprannominato "Generale dei Briganti", era il capo indiscusso delle bande lucane ed aveva sotto il suo controllo anche alcune dell'Irpinia e del Subappennino Dauno. Viene ricordato per la sua ferma opposizione al governo sabaudo di Vittorio Emanuele II, causando numerosi disagi alla Guardia Nazionale Italiana. La figura di Crocco è molto controversa: per alcuni è considerato un bandito e carnefice ma per altri è un eroe popolare, specie nella sua natia Rionero e la Basilicata in genere. 


Crocco il Generale dei "Cafoni" 
di Ettore d’Alessandro di Pescolanciano 

La storiografia risorgimentale italiana, menzionando la questione del brigantaggio post-unitario, spesso si sofferma sulla figura del brigante-ribelle Carmine Donatelli di Rionero, soprannominato Crocco, per la sua singolare biografia entrata nella leggenda popolare. Circa la vita di costui, numerosi sono gli autori che hanno scritto pagine indelebili sull’avventurosa esistenza del brigante lucano. In particolare “l’autobiografia di Crocco”, curata dal capitano Eugenio Massa ed edita nel 1903, riporta particolari e curiosità direttamente narrati dal Donatelli. Nacque il 5 giugno 1830 in una capanna di foglie e fango (“due casupole annerite dal tempo e più ancora dal fumo…Là dormono mia madre e mio padre; nell’altro lettuccio vicino dormiamo noi fratellini tutti in fascio…là dorme la sorella piccina, e nella culla, sospesa sul letto e fabbricata con pochi vimini e molta paglia, dorme l’ultimo nato”)nella periferia del paese di Rionero in Vulture da una famiglia di contadini, che coltivavano un piccolo podere con pecore e galline. Carmine subì a sei anni il dramma di vedere la madre incinta maltrattata da un signorotto locale, adirato per la morte del proprio cane per mano del di lui fratello Donato, a tal punto da perdere poi la ragione ed essere rinchiusa in manicomio. Inoltre, anche suo padre Francesco, agricoltore presso la famiglia latifondista dei Fortunato, fu arrestato con la falsa accusa di tentato omicidio nei confronti dello stesso maltrattatore e tenuto in carcere per circa 31 mesi. Il giovane Crocco, in questo periodo adolescenziale, fu costretto a spostarsi in Puglia per 5 anni lavorando come pastore e tornò a Rionero solo all’età di 15 anni per occuparsi ,come salariato agricolo, presso la masseria di un certo Lovaglio. Fortemente religioso e superstizioso, all’età della sua prima chiamata nell’esercito borbonico, prese i gradi di caporale nel primo reggimento d’artiglieria(1850). L’anno seguente, però, fu costretto a disertare per l’uccisione di un gendarme, don Peppino, reo di aver importunato l’amata sorella Rosina. Dal 1852 si diede alla macchia, insieme a Vincenzo Mastronardi e Ninco Nanco, nei boschi di Monticchio. M.Monnier (“Notizie storiche documentate sul brigantaggio nelle province napoletane,1862”) lo ricordò in tale periodo nei panni del classico bandito, già ricercato nel suo circondario perché “colpevole di 30 delitti”. Catturato il 13 ottobre 1855 e condannato a 19 anni di detenzione nel bagno di Brindisi, Crocco riuscì ad evadere nel dicembre 1859, rifugiandosi ancora nel bosco di Monticchio. A tale periodo di puro banditismo si fa risalire anche la sua adesione alla rivoluzione liberal-garibaldina(moti liberali di Rionero del 17 agosto 1860), da cui però non ottenne l’auspicata amnistia e si allontanò come tanti suoi conterranei per le deludenti e disattese promesse di offerta di terre. Nuovamente arrestato per ordine del vicegovernatore italiano Lordi a Cerignola, Carmine Donatelli riuscì ad evadere nella notte tra il 3 e 4 febbraio 1861 grazie all’aiuto del comitato legittimista di Rionero. L’inganno dell’Italia Unita portò, così, il trentunenne Crocco a combattere per la bandiera gigliata, con il compito di reclutare soldati e sudditi rimasti fedeli al Borbone. Tornò a nascondersi tra i boschi della Basilicata nelle vesti del “comandante francescano”(perché agli ordini del re Francesco II di Borbone) di una banda di quasi 2000 uomini. L’organizzazione dei suoi soldati fu tipicamente militare, così come le incursioni della banda contro l’esercito e le istituzioni del regno d’Italia, seguirono un modello tattico di guerriglia “mordi e fuggi”. Il comandante Crocco, tra l’altro, ordinò strategicamente la distruzione di ponti per interrompere le vie di transito agli aiuti e vettovagliamenti dell’esercito italiano, nonché fece tagliare i fili telegrafici per sospendere ogni sorta di comunicazione. Il Donatelli, comunque, fu sempre descritto dagli storici personaggio forte e crudele (seppur confessò in sua difesa di essersi macchiato di soli due delitti, giustificandosi che “la vita del brigante è brutta?E’ una vita indipendente…Il brigante è come la serpe, se non la stuzzichi non morde”), capace di infondere coraggio, disciplina ed obbedienza nei suoi uomini malavitosi, tra i quali lo stesso “generale”(come si faceva chiamare) scelse fidati sottocapi per le loro capacità ed astuzia. Questa sua autorevolezza verso tanti combattenti lo rese personaggio importante, tale da essere trattato al pari di un militare legittimista. Difatti, lo stesso corrispose direttamente con le diverse autorità locali e comandanti dei vari reparti sabaudi sia per eventuali patteggiamenti di tregua, nonché per scambi di prigionieri e condizioni di resa. La sua banda, dislocata logisticamente in differenti aree per motivi di sicurezza, rimase nascosta prevalentemente nei boschi dell’Ofanto tra l’Irpinia e la Basilicata, da dove di notte era solita muoversi per saccheggi ed imboscate. Le imprese più rinomate di questo gruppo di briganti furono la presa di Ripacandida (8 aprile 1861), ove sconfisse la locale guarnigione della Guardia Nazionale Italiana, Venosa (10 aprile 1861),ove fu istituita una giunta provvisoria filo-borbonica, Lavello e Melfi. La presa di quest’ultima cittadella (15 aprile 1861) fu facilitata da una spontanea rivolta antisabauda della popolazione, che affranta e sopraffatta dalla miseria accolse trionfalmente la banda come liberatori di un governo opprimente (“autorità, famiglie notabili, il capitolo religioso andarono incontro alle porte del paese per rendere onori,reverenze in un’aria di festa con balconi infioriti e scoppio di mortaretti”). Le sporadiche e mal programmate azioni di guerriglia banditesca dei partigiani di Crocco (agosto 1861 ad Avigliano e Calitri contro reparti di bersaglieri, cui seguì nell’ottobre l’assalto a Ruvo di Monte) si trasformarono poi in episodi d’insorgenza politica per la causa duosiciliana, allorquando si affiancò al comandante Donatelli il generale catalano José Borjes (22 ottobre 1861), inviato in Calabria-Lucania con pieni poteri autorizzati da re Francesco II. Inizialmente Crocco si adeguò ai piani militari del Borjes riportando significative vittorie (Trevigno, Castelmezzano, Caliciana, Garaussa, Calandra, Alliano etc), grazie anche a preparativi bellici più studiati ed organizzati, seppur contravvenendo alle disposizioni dello spagnolo di non eccedere nelle violenze (“guai a farsi agnello-ripeteva Crocco- perché a farti pecora ti aggredisce il lupo). Il perpetrare di azioni criminose sulla comunità(rapine delle casse comunali, ai privati,uccisione dei liberali, sequestri di persone,violenze) provocò una forte reazione dell’esercito piemontese, che con le ordinanze del Cialdini andò rafforzandosi in loco con ulteriori reparti militari e con feroci ed indistinte repressioni su interi paesi, collaborazionisti con la reazione. A seguito delle fallite imprese di occupazione del paese di Pietragalla (16-17 novembre 1861), ove era arroccata la Guardia Nazionale guidata dal generale De Bonis, nonché della città di Potenza i due generali, lucano e catalano, si separarono (Borjes cadde fucilato a Tagliacozzo nel dicembre 1861) e Crocco trovò rifugio verso l’Ofanto. Quest’ultimo tornò all’attacco, al grido di “Viva’o Re”, con ultime piccole scorribande nella primavera del 1862, ma, visti i sopraggiunti rinforzi della Guardia Nazionale su tutto il territorio, Crocco decise di fuggire con un piccolo gruppo di fedelissimi nello stato Pontificio, cercando protezione politica (25 luglio 1862).Venne invece catturato dai papalini a Veroli e incarcerato a Roma perché ritenuto complice della morte del generale Borjes. Successivamente,con la presa di Roma ad opera dei piemontesi, Crocco, trovato nel carcere di Paliano(20 settembre 1870), passò alla giustizia italiana presso la corte d’Assise di Potenza,il cui procuratore generale Borelli accolse la sentenza di morte del “brigante” di Rionero l’11 settembre 1872 con l’imputazione di 67 omicidi(rigettati dalla sua difesa, memore invece della stima goduta presso i suoi concittadini: “pel bene che ho fatto..quando passavo io tutti mi venivano appresso sicuri, io andavo avanti e dicevo:se volete essere sicuri venite dietro di me”) . Nel 1874, però, detta condanna fu commutata nei lavori forzati a vita nel bagno penale di Santo Stefano, ove riferì “mi trovo schiavo sotto il peso della catena oppresso dalla miseria, deleritto dagli obbrobri, vecchio ed infermo, non istruito, e pure se potessi parlare, a mio bellaggio,resterei ai posteri un’istoria, che gioverebbe ai figli della miseria”. Si spense nella prigione di Portoferraio a 75 anni, il 18 giugno 1905, in un’epoca di grande rivoluzione anarco-socialista contro la miseria dilagante, per il riscatto economico-sociale delle masse contadine ed operaie, di cui il brigantaggio meridionale si fece precursore a metà ottocento ma ormai appannaggio di un mondo tramontato nell’oscurità di talune celle carcerarie e nei ricordi dei tanti emigranti, fuggiti dal Sud.

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    • Michele Pezza detto Fra' Diavolo 

      Era mezzogiorno, quell’ 11 novembre del 1806, quando Michele Pezza, alias Frà Diavolo, entrava nella leggenda: morte per impiccagione. La sentenza, scaturita da un veloce processo, nonostante l'appassionata difesa di un principe del foro del tempo, l'avv. Francesco Lauria, pose fine, a soli 35 anni, ad una vita a dir poco "avventurosa". 
      La madre lo diede alla luce, secondo di dodici figli, in una casa situata nel centro storico d’Itri. Altri nomi vennero dati al neonato, come era d'uso nei tempi andati. Così che, al momento del rito cristiano "don Francesco Iudicone, battezzò [...]" un maschio nato alle ore 10 del 7 aprile del 1771 da Francesco Pezza e da Arcangela Matrullo cui furono imposti i nomi di Michele Arcangelo, Domenico, Pasquale". Così risulta dal registro dei battezzati al n. 509 della Parrocchia di S. Maria Maggiore d’Itri, chiaramente in latino. A romanzare la vita di Frà Diavolo sono stati in tanti, rendendogli un cattivo servizio; le notizie qui riportate si rifanno a dati e fonti attendibili, e trovano riscontro anche nel carteggio del colonnello Pezza depositato presso l'Archivio Nazionale di Parigi. 
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      La Fanciullezza 

      La fanciullezza di Michele trascorse probabilmente come quella di tanti ragazzi della sua età, in un contesto sociale modesto... Il padre, mulattiere, svolgeva anche un piccolo commercio di olive ed olio nei paesi viciniori. Non doveva essere un bambino tranquillo. Il motivo di una certa irrequietezza, dimostrata intorno agli 8-10 anni, fu la causa di quel nomignolo che avrebbe sostituito il suo nome e sarebbe stato pronunciato negli anni a seguire con terrore, paura e rispetto dagli abitanti del paese, dalle truppe d'invasione francesi, dai regnanti di Napoli e dai loro alleati inglesi. Si dice che una malattia, fu la causa di una vestizione a mo' di fraticello, malattia, non proprio benigna, dalla quale il "nostro Michele" si salvò. Il "voto" a S. Francesco di Paola, che la madre aveva "sciolto". Si ritrovò con un piccolo saio addosso (fino a completa usura) e per i compagni fu fra' Michele. Ma non doveva essere dello stesso parere il canonico Nicola de Fabritiis perché di fronte alle continue intemperanze del fanciullo che gli era stato affidato, spazientito, trasformò il nomignolo bonario dei compagni in quello di" frà diavolo". 
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      I Primi 25 anni 

      Il giovane, cresceva forte nel fisico e con un atteggiamento molto spavaldo benché di statura tozza. Si faceva "rispettare", insomma. Menar le mani rientrava spesso nelle sue abitudini, ma niente di più. Un giovane come tanti di quel tempo. Il lavoro di "bastaio", che faceva presso la bottega di un certo mastro Eleuterio terminò in modo drammatico. 
      Non sono poche le voci che scrittori e popolo ci tramandano. Ad esempio la morte di Eleuterio Agresti e del fratello Francesco, causate da un atteggiamento non proprio riguardoso verso una ragazza cui forse teneva. Altri parlano di una rissa, in cui persero la vita due cugini, tali Di Mascolo, che si risolse in un duello rusticano, ma dove l'aggredito sarebbe stato lui. La causa scatenante fu comunque sempre l’onore. Dalla spavalderia alla violenza, complice l'ira, il passo deve essere stato breve. Fu così che a venticinque anni Michele Pezza voltò pagina: nasceva in quel momento "Fra' Diavolo". 

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      La macchia, il vivere di espedienti, i furti commessi con sbandati come lui, a cui, si dice, si fosse aggregato. Fu un periodo nero per le popolazioni di queste terre. Michele Pezza n’era veramente coinvolto? E qui l'interrogativo è d'obbligo. Perché nei due anni di macchia, (qualche autore parla di lavoro come garzone a Campello, dove bosco e macchia non mancavano di certo) non è dato sapere con certezza se sia stato predone o grassatore. Ci sono stati tramandati racconti di crudeltà e di generosità. Ma se l'appellativo di "Brigante" (francesi in primis), che ricorre nelle cronache dell'epoca e di molti che di lui hanno scritto, sia giustificato, non ci sentiamo di scriverlo. Perlomeno non nell'accezione e nel significato che nel tempo questo termine ha assunto. 

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      Soldato e Guerrigliero 

      Ma gli venne in aiuto una risoluzione reale, la scelta di tramutare in servizio militare (13 anni) l'eventuale pena per i reati commessi, grazie all'intervento dei familiari. Questa possiamo considerarla la seconda fase, la più complessa, della vita di Frà Diavolo. Il nostro personaggio si trova proiettato in un momento storico, che ne esalterà tutte le doti di combattente che faranno di lui il più amato dal popolo tra i sudditi di Re Ferdinando IV di Borbone e il più temuto avversario delle truppe francesi. 

      Ma andiamo con un certo ordine e con notizie che dovremo, purtroppo, sintetizzare. Michele Pezza, a seguito della clemenza, fu aggregato al reggimento "Messapia" che operò nello Stato Pontificio dopo l'effimero successo della presa di Roma. Fu coinvolto nella ritirata precipitosa causata dalle scarse capacità militari dimostrate dal Generale austriaco Mack, voluto al comando delle truppe borboniche da Ferdinando, contro la volontà dell'alleato Nelson. 

      Championnet, comandante delle truppe francesi, mise in fuga l'esercito di Re Ferdinando e Frà Diavolo riuscì a riparare ad Itri. Qui comincia l'avventura del guerrigliero più famoso della storia partenopea. Risponde al proclama del Re che incitava a resistere contro i francesi in nome di Dio, della famiglia, della propria terra. Organizza una massa armata tutta sua, grazie al denaro versato dai paesi intorno a Itri. In un migliaio risposero all’appello, persino un medico; per Frà Diavolo, il più era fatto. Capisce che ci sono possibilità di combattere per quello che lui pensa sarà il vincitore. 

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      L'invasione francese 

      Il fortino di S. Andrea, nel dicembre del 1798, divenne il luogo dove le tecniche di guerriglia istintivamente adottate, risaltarono le sue doti di coraggio. Alla testa della banda, costituita da gente del luogo, attaccò l'avanguardia dell'esercito francese infliggendo perdite e rallentando il loro ingresso a Itri e quindi verso Napoli. L'uccisione del padre, ad opera delle truppe polacche al seguito dei francesi, nel gennaio del 1799, rese Frà' Diavolo più duro e spietato verso le truppe d'invasione. 

      Accadde che l'attentato a due dragoni spagnoli in località S.Spirito scatenò l'ira dei francesi, tre squadroni comandati da Rey e Dabrowski, con base a Mola di Gaeta (Formia) marciarono su Itri mettendola a ferro e fuoco. Furono uccise circa sessanta persone, come risulta dai libri dei morti violenti degli anni 1799-1844 dell'archivio parrocchiale di S.M. Maggiore e quelli del 1799-1839 di S. Michele Arcangelo. Tra l'altro le truppe francesi, acquartierate a Itri per un certo tempo, commisero ogni sorta di violenza nei confronti della popolazione; saccheggiarono anche parte del tesoro del Santuario della Madonna della Civita. L'abilità di una nobildonna del luogo, nella cui casa si era insediato il comandante dei soldati francesi, riuscì ad occultare una parte del tesoro al momento della consegna che lei stessa restituì al Santuario successivamente. 

      Nel 1799 l'esercito francese marciò verso sud, fece seguito la prima delle fughe del Re a Palermo. Le truppe francesi occuparono la regione; nasce così la breve Repubblica Napoletana che, non riuscendo ad avere l'appoggio delle masse popolari e servendosi solo delle truppe francesi, fallì politicamente. Determinante fu l'azione del Card. Ruffo che, in nome della Santa Fede, sbarcato in Calabria, dopo aver arruolato migliaia di uomini, marciò su Napoli spalleggiato dagli inglesi. Finì in un bagno di sangue che portò sul patibolo i vari sostenitori degli ideali repubblicani, da Caracciolo fino alla Sanfelice, ultima a salire sul patibolo l'11 settembre del 1800, oltre ad un migliaio di persone che in odore di fede giacobina furono uccise nei modi più atroci. Vincenzo Cuoco esaminando la situazione del regno di Napoli nel “Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799” argomenta sui fattori, prima e dopo, che portarono al fallimento della rivoluzione:” Se il re di Napoli avesse conosciuto lo stato della sua nazione, avrebbe capito che non mai avrebbe essa né potuto né voluto imitar gli esempi della Francia;… La nostra rivoluzione essendo una rivoluzione passiva, l’unico mezzo di condurla a buon fine era quello di guadagnare l’opinione del popolo. Ma le vedute de’ patrioti, e quelle del popolo non erano le stesse: essi avevano diverse idee, diversi costumi e finanche due lingue diverse…” Vero che Frà Diavolo si tenne fuori, Napoli per lui significava in quel momento amore. 

      Nel periodo della breve Repubblica Napoletana, il Re era in esilio a Palermo. Non mancavano in “Terra di lavoro” sacche di resistenza contro i soldati di Napoleone. E chi, se non Frà Diavolo, poteva essere a capo degli "insorgenti"?. Rispose prontamente al proclama del Card. Fabrizio Ruffo che tra l'altro, concedeva amnistia per reati commessi in precedenza. Gli uomini a sua disposizione in poco tempo raggiunsero le 6000 unità, organizzate con medici e cappellani militari. Michele Pezza non riusciva a controllare tutto le nefandezze, uccisioni e ruberie dei suoi uomini. Frà Diavolo lasciava fare, o forse gli sfuggivano di mano gli uomini più sanguinari che, a sua insaputa, seminavano morte e terrore? 

      Certamente tutto servì ad ingigantirne la fama. Le sue gesta colpirono l'immaginario collettivo, non solo delle popolazioni, ma anche dei francesi. A Napoli repubblicana, entrava di nascosto sia di giorno sia di notte. Cercava di tenere i collegamenti con i realisti, per il ritorno di Ferdinando sul trono. Ma un altro motivo, questa volta di cuore, lo spingeva a rischiare tanto; si era innamorato di una bella ragazza, tale Fortunata Rachele di Franco. L'incontro con il capitano Tomas Troubridge, ufficiale della marina britannica, voluto dalla regina Carolina che, da Palermo, continuava a tessere trame per il ritorno della monarchia a Napoli, gli dette una nuova patina di onorabilità che seppe sostenere, suscitando un buon interesse nell'inglese. L'assedio di Gaeta rientrava nell'accordo preso con Troubridge. 

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      L'assedio di Gaeta 

      E l'assedio di Gaeta, gestito in prima persona con le sue truppe a massa, in un’ atmosfera variopinta come riportano le cronache del tempo, fu per Frà Diavolo il trampolino di lancio per consolidare il suo carisma di uomo forte e leale alla monarchia. Tuttavia l'assedio, gli causò una grande amarezza. Fu estromesso, il giorno della capitolazione della roccaforte, dall' entrare in Gaeta. I francesi accettarono la resa, a condizione che fossero Nelson ed i rappresentanti del regno a condurre la trattativa. 

      Il Card. Ruffo colse l'occasione che da tempo aspettava per scaricarlo e gli intimò di farsi da parte. Il Re, peraltro, sostenne la tesi del porporato, era meglio che non partecipasse all'occupazione, riconoscendo però, in una lettera inviata a Ruffo, l'apporto dato alla causa e di servirsi in avvenire ancora di lui, riconducendolo però ad una maggiore disciplina. E i meriti sarebbero stati riconosciuti. Era il primo segno della legittimazione. L'amarezza fu addolcita con il matrimonio celebrato in Sant' Arcangelo all'Arena il 15 agosto del 1799 con la giovanissima (18 anni) Fortunata Rachele; era passato appena un mese dalla restaurazione. Pochi giorni con Rachele e il 20 agosto partì con i suoi uomini alla volta dello Stato Pontificio comandava l'ala sinistra dell'esercito borbonico che doveva liberare Roma dai francesi. Lo zampino di Ruffo non mancò nemmeno questa volta. Gli mise a fianco, nel comando, due ufficiali e due contabili governativi, ma Frà Diavolo non vi diede peso, non sopportava proprio il Cardinale. Al momento degli ordini, sotto Roma avrebbe fatto come sempre di testa sua. Re Ferdinando però non dimenticò il suo fedele suddito e il 24 ottobre nominò Michele Pezza Colonnello dell'esercito borbonico con 2500 ducati di rendita ormai era fatta. Al giovane bastaio di Itri era riconosciuto il suo valore di comandante e di combattente. 

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      I fatti di Albano 

      Giunse a Velletri, sollecitato dalla sconfitta rimediata dal capo massa Marchese G.B. Rodio ad opera dei francesi, fra un tripudio di folla che lo acclamava come liberatore; ciò riporta don Pellisseri, sacerdote antigiacobino del luogo, nel suo libro che narra di quei giorni. Nella zona dei castelli avvennero fatti molto gravi. Anche qui la caccia al giacobino, o presunto tale, provocò uccisioni e grassazioni di ogni genere, da parte dei suoi uomini. Frà Diavolo annullò in un sol colpo tutta la fama che si era conquistato. Fece giustiziare il sindaco di Albano, Angelo Bianchini, per un futile motivo. Mancava il vino sulla tavola di un pranzo da lui organizzato. Ne fece le spese chi vi era preposto, il Bianchini naturalmente. Un gesto, questo, scaturito senza dubbio dalla irascibilità che lo investiva, se contraddetto. Gli atti di come si svolsero i fatti sono descritti in un opuscolo scritto dal Patriarca di Venezia Cardinale P. La Fontaine nel 1932; sette testimoni, sotto giuramento, davanti al notaio Pietro Donati in Albano raccontarono i fatti, che risultarono essere precisi anche nei particolari. Perché questa precisazione ? Un motivo solo. Ritengo il gesto, al di fuori delle azioni di guerriglia, comunque valutabili, una macchia, difficile da cancellare.Tutti quelli che cercano di considerare Michele Pezza in quel contesto storico una componente di primo piano per la causa borbonica, stigmatizzano quel fatto. "Oh ! Se Michele Pezza fosse stato pronto ad ascoltare ragioni e i sani consigli, lento nel sentenziare e lesto all'ira; non si sarebbe reso due volte di sua mano omicida né avrebbe mandato al supplizio un gentiluomo innocente e benemerito" Così termina, rivolgendosi ai congiunti, il Patriarca di Venezia La Fontane, discendente del Bianchini. E l'invocazione mi sembra più che giusta. La fucilazione del sindaco di Albano fu l'inizio di una serie di guai che ebbe come conseguenza l’arresto, che portò il Colonnello Michele Pezza nella fortezza di Castel S. Angelo. Cacciati i francesi da Roma, stanchi delle ribalderie e saccheggi dei suoi uomini e dagli atteggiamenti che assumeva nei confronti dei militari di carriera, fu arrestato ad Albano dal Maresciallo De Bourcard e dal Generale Ventimiglia. La fuga dalla prigione fu rocambolesca. Poteva essere altrimenti ? Tra mille peripezie giunse a Palermo. Solo i sovrani potevano in qualche modo tirarlo fuori dal processo a lui intentato e così avvenne. Complice fu anche la restituzione di un anello con le iniziali di Maria Carolina. Fra’ Diavolo afferma che gli fu consegnato da una donna a porta S. Giovanni (Roma). Ne richiese la consegna De Bourcard. Secco il rifiuto di D.Michele:” si volea fare un preggio di consegnarlo colle proprie mani alla Maestà della Regina”. E la sovrana, sempre affascinata dalle gesta del Colonnello Pezza, gli e lo donò. 

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      Seconda invasione francese 

      Passata la burrasca del processo, iniziò per il Colonnello Pezza un periodo di relativa tranquillità. Fu nominato Comandante del Dipartimento di Itri.Trascorreva il suo tempo tra Napoli ed Itri spesso assillato dai creditori che avanzavano denaro per la fornitura di salmerie ai suoi uomini durante l'assedio di Gaeta. Cause di vario genere gli rendevano la vita molto movimentata. E in quel periodo Rachele gli diede due figli, Carlo e Maria Clementina. Ma questo periodo di tranquillità durò poco . 

      Napoleone Bonaparte infastidito per non aver rispettato un trattato di neutralità, decise di inviare le sue truppe nel regno di Napoli, per mettere fine al governo borbonico di Ferdinando IV. Le truppe francesi non impiegarono molto a discendere la penisola e ad occupare Napoli e le varie piazzeforti del regno. Il re intanto, per rinforzare i ranghi del suo esercito, emanò un proclama per il reclutamento di volontari. Come per la chiamata del '99, il Colonnello Pezza rispose con prontezza, arruolando come poteva uomini di tutte le risme e fu nominato capo dei Corpi Volanti di Terra di Lavoro. Entrò in contatto con il comandante della piazzaforte di Gaeta, che non si era arresa ai francesi. Philippstahl e Frà Diavolo iniziarono una collaborazione atiiva (finita male) che divenne l'incubo di Giuseppe Bonaparte fratello di Napoleone I, nominato Re di Napoli. E Ferdinando ? Come sei anni prima, prese la via di Palermo. 

      Frà Diavolo iniziò allora una guerriglia quasi privata contro le truppe del Generale Massena. In Gaeta entrava ed usciva a suo piacimento, attaccava i francesi con le tecniche di guerriglia a lui usuali, infliggendo perdite e smacco ai comandanti dei reparti impegnati. Ancora una volta il suo nome correva di bocca in bocca. Giuseppe Bonaparte cercava di rabbonire Napoleone nei suoi dispacci. Il "corso" pretendeva la cattura di Frà Diavolo "chef de brigands", così lo chiamava. Ma la fortuna che aveva assistito Michele Pezza fino allora stava per voltargli le spalle. 

      Qualcosa era cambiato nella popolazione amica. Una delazione permise ai francesi di attaccare la truppa di Frà Diavolo, infliggendogli pesanti perdite. E in quel momento, preludio al declino, che si scrollò di dosso ogni scrupolo e si scatenò con indicibile ferocia, distruggendo paesi, imponendo riscatti, saccheggiando a più non posso, ordinando esecuzioni sommarie, sempre in nome del Re. E stranamente la stella di Don Michele Pezza ricominciò a brillare. 

      Dopo una scorribanda nello Stato Pontificio, scelse Sora come quartiere generale per le sue truppe. Non riuscì a tenere la difesa della città attaccata da tre colonne dell'esercito francese. E furono lutti e saccheggi, senza contare le indicibili violenze che subirono gli abitanti, le donne in primo luogo. 
      ( Era il primo atto, per queste terre, di un dramma che ebbe il suo epilogo nell'ultimo conflitto a causa delle truppe di colore marocchine al seguito dei francesi, alleati, dell'esercito di "liberazione") 

      Molti componenti la “massa”, da sempre considerati pendagli da forca, non trovarono e non trovano giustificazione per le loro azioni brigantesche. Vi può essere però giustificazione per gli orrori commessi nei confronti della popolazione civile nella prima e seconda invasione francese nelle nostre terre? Certamente no! E per la distruzione sistematica di chiese, arredi, libri e materiale della nostra memoria storica, quale giustificazione trovare? Ritengo accozzaglia anch’essi. Si potrà obbiettare che le armate di Ruffo e le azioni dei lazzari, scarpitti e truppe a massa non sono state da meno nel seminare distruzione e morte. Essi difendevano le loro terre contro gli invasori e i loro simpatizzanti. Tuttavia, sicuramente in modo discutibile. 

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      La fine 

      Frà Diavolo continuò le sue scorribande anche dopo la capitolazione di Gaeta. Era diventato un vero incubo per Giuseppe Bonaparte che arrivò a comunicare a Napoleone l'impiccagione del Pezza per mano dei Borboni a Palermo. 

      La causa di tanto fu il coinvolgimento del Colonnello in traffici per permettere ai francesi di entrare in Gaeta e sorprendere la guarnigione. Voci sparse ad arte dal Ministro di Polizia Saliceti. Gli invasori le tentarono tutte! Ma lui, l'uomo più ricercato del regno con una taglia che raggiunse i diciassettemila ducati, riuscì da solo a tenere in scacco le truppe napoleoniche. Non doveva essere poi tanto stupido! Era guerriglia, feroce fin che si vuole, ma guerriglia. Ed i Borboni gli furono ancora vicini con aiuti in denaro. Non vollero credere alle maldicenze mosse ad arte nei suoi confronti. Molti autori parlano del titolo di Duca di Cassano concesso da Re Ferdinando a Michele Pezza. Ma mancano fonti certe. 

      Giuseppe Bonaparte tentò una nuova carta. Chiamò, al comando di un reparto di diecimila uomini, un giovane maggiore di nome Sigisbert Hugo appena trentatreenne. La reputazione, il maggiore, se l'era fatta combattendo azioni di guerriglia in Vandea e fu l'uomo giusto. Si mise subito alla caccia di Frà Diavolo, ma non ebbe molta fortuna perché quando sembrava vicino al contatto, questi faceva perdere le tracce. Fu individuato per puro caso. Fu avvistato da una colonna nemica nei pressi di Campobasso, luoghi inusuali per lui. Hugo intuì le mosse del suo nemico, verso il quale incominciava a nutrire una certa simpatia. Le truppe del Colonnello Pezza furono decimate, a stento riuscì a salvarsi dopo un' azione disperata. Con un ultimo stratagemma riuscì a beffare i francesi, assente Hugo rimasto ferito in uno scontro a fuoco. La considerazione dello stesso crebbe nei confronti del suo nemico: egli ne ammirava l'audacia e l'astuzia. I fuggitivi erano meno di una decina e Frà Diavolo disperse questi fedelissimi, sperando di raggiungere il Tirreno e chiedere agli inglesi, che stazionavano sulla costa, un imbarco per Palermo. Rimasto solo, ironia della sorte, il Colonnello fu assalito da briganti. La capanna di un pastore fu il luogo del pestaggio ma si salvò perché lo crederono morente. Raggiunse Baronissi, ferito e tra mille difficoltà; non convinse il comandante della guardia nazionale del posto, il farmacista Matteo Barone che lo aveva ospitato nel suo negozio per una bevuta. Venne condotto sotto scorta a Salerno dove riuscì a tenere testa alle domande dei francesi. Fu riconosciuto, però, da un vecchio militare borbonico passato agli invasori, combattente con lui a Gaeta; fu la fine delle sue gesta. 

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      La Leggenda 

      Il processo, istruito a suo carico con rapidità, si svolse il 10 novembre del 1806. Le autorità francesi rifiutarono la richiesta degli inglesi affinché venisse considerato prigioniero di guerra nonostante questi minacciassero rappresaglie. Lo stesso Hugo, che era stato a trovarlo in carcere, ebbe un netto rifiuto da parte di Giuseppe Bonaparte. I francesi gli offrirono di passare dalla loro parte, rifiutò con sdegno. 

      Pur difeso egregiamente, furono respinte tutte le richieste con motivazioni politiche e militari. Fu considerato un delinquente comune. Il verdetto: morte per impiccagione. Il luogo, Piazza Mercato a Napoli. La sepoltura, l'ospedale degli Incurabili. Re Giuseppe, finalmente, poteva comunicare all'illustre fratello che" Fra' Diavolo è stato giustiziato". Chi pensava che la morte di Michele Pezza lo avrebbe relegato nel dimenticatoio si sbagliava. I primi a testargli gratitudine furono Ferdinando e Carolina. Una messa solenne nella chiesa di S. Giovanni Battista si tenne a Palermo, officiata dall'Arcivescovo Carrano, presenti autorità, l'ambasciatore austriaco, il Principe Leopoldo di Borbone, la guarnigione militare in alta uniforme e un distaccamento di soldati inglesi. 

      Le campane di Palermo suonarono lungamente. Un'urna simbolica fu posta di fianco all'altare maggiore, a piè dell'urna con la seguente iscrizione: "Non omnis moriar; virtus post...Affinché io non muoia del tutto; sopravvivi o valore dopo la morte; poiché la gloria impedisce che i forti soccombano: Dica colui che esalta l'onore, la fedeltà e l'arte militare, se a me fu dolce morire per la patria." Altre scritte furono poste sull'architrave del mausoleo, al lato destro e sinistro della porta maggiore, alla base del mausoleo, a tramandare ai posteri le gesta di Michele Pezza, con qualche inevitabile errore tra cui il luogo che gli diede i natali (Itri). Poco male, la leggenda di "FRA' DIAVOLO" iniziava proprio da quelle solenni cerimonie . 

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      Conclusioni e Celebrazioni 

      Mai si è visto un" brigante" celebrato così? Passi per i Borbone che di servigi ne avevano avuti parecchi, ma dagli "Inglesi" che di personaggi famosi non erano secondi a nessuno, perché tanto interesse e fiducia ? E' un interrogativo che dall'11 novembre del 1806, ha prodotto ricerche e scritti fino ai giorni nostri, pro e contro. Certo è che a ben leggere nei rapporti militari di quel periodo, dieci anni circa, la parola “ brigante” era all'ordine del giorno, per i francesi naturalmente, e per la stampa che vi si era adeguata. Ma quello era l'unico modo in cui combatteva Michele Pezza, per la sua terra, con coraggio; senza molti scrupoli, se le circostanze lo richiedevano. All'ammirazione di un nemico, suo vincitore, Hugo, fece seguito quella del figlio, il grande Victor, e quella di Alessandro Dumas. Il musicista Auber il 28 gennaio del 1830 lo consegnava alla storia con un opera (seppur comica) al Teatro dell'Opéra-Comique di Parigi. Erano passati venticinque anni dalla sua morte ma lui restava più vivo che mai "Quell'uom dal fiero aspetto guardate sul cammino. Lo stocco ed il moschetto ha sempre a lui vicino...Innanzi a lui sapete quel che ciascun ripete ? Diavolo. Diavolo. Diavolo !" Ed i parigini all'uscita dal teatro fischiettarono allegramente il motivo, decretandone l'immediato successo. Il cinema ai tempi nostri non è stato da meno anche se il personaggio è stato sempre visto in chiave comico-romantica, il che è falso. Anche la TV di stato ha girato a Itri un cortometraggio, inserito nella rubrica "Viaggiando,Viaggiando" con la regia di Rosario Montesanti con il simpatico Pino Ammendola nei panni di Fra' Diavolo e dell'attore R. Ruggieri in quelli del canonico precettore De Fabritiis , inserito nelle interviste impossibili di Osvaldo Bevilacqua. Forse breve ma veritiero. 


      Il Comune di Itri, sua città natale, non è stato da meno. Lo ha voluto ricordare in occasione del 219° anniversario dalla nascita in un convegno che aveva come motivo di discussione " Fra' Diavolo e il suo tempo ". Amministratori locali ne difesero il nome e non fu da meno il pronipote dott. Michele Pezza suo omonimo. Con una passionalità non comune, difese la memoria dello zio, rifacendosi a studi, ricerche e scritti a cui ha dedicato una vita. 

      Fu presente al convegno un ospite di riguardo Fulco Ruffo di Calabria, che in una nota di ringraziamento al Prof. Del Bove, allora sindaco di Itri, auspicava una mostra permanente […]" in ricordo al Vs illustre concittadino. Viva Itri ,Viva Fra' Diavolo ! " Egli poneva fine quel giorno alle ostilità tra il suo illustre zio, Cardinale Fabrizio Ruffo e Frà Diavolo. E l’auspicio di una mostra, si è concretizzata nel luglio del 2003 (è disponibile un link) con l’apertura a Itri del Museo del Brigantaggio.

Ultimo aggiornamento (Giovedì 31 Marzo 2011 16:53)

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